Se si sospetta che il bambino abbia il diabete è importante non perdere tempo. Dai sintomi alla diagnosi: vademecum per i genitori, con le novità dalla ricerca
“Questo è un momento cruciale per la diabetologia pediatrica: stanno arrivando nuove soluzioni farmacologiche, ma anche nuove tecnologie che ci consentiranno di avere dispositivi intelligenti, in grado di somministrare autonomamente l’insulina al pasto in base ai bisogni di ogni piccola paziente”. Parola di Enza Mozzillo, professoressa associata dei Pediatria dell’Università Federico II di Napoli, nonché responsabile del Centro di riferimento regionale di diabetologia pediatrica AOU Federico II di Napoli, che ricorda come il diabete di tipo 1 può arrivare dai 6 mesi di vita in poi. “Può colpire il bambino a tutte le età”.
Ma quali sono i segnali sospetti da non sottovalutare? “I sintomi classici dell’esordio del diabete sono la poliuria, quando il bimbo inizia a fare tanta pipì, e la polidipsia, il fatto di avere tanta sete. A volte si associano anche una perdita di peso e un’improvvisa sensazione di stanchezza”, spiega Mozzillo.
“In caso di sospetti – raccomanda la specialista della Società italiana di pediatria – i genitori devono subito allertare il pediatra di famiglia, che prescriverà una serie di esami. Si parte con l’analisi delle urine: se l’esame evidenzia la presenza di glucosio, in genere si esegue un prelievo per la glicemia o un esame con destrostix (strisce reattive utilizzate nel monitoraggio della glicemia, ndr), che si può effettuare dal pediatra o in pronto soccorso”.
Una volta arrivata la diagnosi, è importante che il bimbo sia gestito nei Centri di riferimento in diabetologia pediatrica, dove operano team multidisciplinari con pediatra diabetologo, nutrizionista, psicologo. “Il primo passo del curante è contattare uno di questi centri e inviare subito il piccolo paziente, senza aspettare neanche un giorno. Non si può perdere tempo: in questi centri si eseguiranno una serie di esami per capire se il bimbo è già in una condizione di chetoacidosi diabetica”.
In Italia purtroppo oltre il 40% dei bimbi arriva all’esordio con questa grave complicanza, che li mette in pericolo di vita, spiega la specialista.
Che cos’è la chetoacidosi diabetica
Si tratta di una complicanza grave del diabete, caratterizzata da iperglicemia, chetoni elevati nel sangue e acidosi metabolica. Si verifica quando il corpo non ha abbastanza insulina per utilizzare lo zucchero come energia, così inizia a bruciare grassi, producendo chetoni. I sintomi includono sete eccessiva, frequente pipì, nausea, vomito e fiato dall’odore fruttato.
Cosa fare? “Occorre attuare il protocollo dettato dalle Linee guida di endocrinodiabetologia pediatrica nazionali e internazionali, che prevede un trattamento con fleboclisi (somministrazione di liquidi direttamente in vena in modo lento e continuo, ndr) finché non si risolve la chetoacidosi diabetica. Dopodiché si inizia il trattamento insulinico, prima sottocute e poi con microinfusore. Questo approccio viene proposto fin dall’inizio se il piccolo paziente arriva al Centro senza chetoacidosi diabetica”.
Il fatto è che questa condizione, oltre ai pericoli immediati, comporta anche il rischio a lungo termine di un peggiore controllo glucometabolico, ricorda la pediatra.
Le nuove tecnologie smart
La buona notizia è che “la terapia del diabete ha fatto passi da gigante, grazie all’utilizzo della tecnologia di tipo avanzato. Oggi si usano sistemi detti di Automatic insulin delivery (Aid), che da un lato consentono il monitoraggio continuo delle glicemie, dall’altro la somministrazione mirata di insulina con una pompa. Le informazioni vengono inviate alla dispositivo che, grazie a un algoritmo, modula la terapia in continuo, simulando l’azione di una cellula-beta all’interno del pancreas. Questi sistemi avanzati ci consentono di avere un livello di sicurezza tale per cui, se il bimbo rientra in un particolare range, possiamo avere la garanzia che è protetto dalle complicanze cardiovascolari. Grazie a queste moderne tecnologie – scandisce l’esperta – siamo arrivati ad avere un’emoglobina glicosilata (il parametro per il controllo glicometabolico, ndr) a livelli molto più bassi di quelli che si ottenevano prima dell’arrivo di questi dispositivi”.
Insomma, “la tecnologia ci fa stare molto più sereni. Ed è per questo che, come ci dicono le linee guida, proponiamo questa soluzione fin dall’inizio ai piccoli pazienti. L’altra possibilità di trattamento è quella con le penne a insulina, scelta nel caso in cui non si accettino i sistemi Aid, per resistenze da parte dei genitori o del bambino”. Se il sensore per il monitoraggio della glicemia è ormai diventato “piccolo come un cerotto e questo lo rende discreto e apprezzato, indossare un dispositivo come una pompa è più difficile da accettare. E noi medici dobbiamo tenerne conto. Anche se è importante lavorare con gli psicologi per aiutare il piccolo paziente e la sua famiglia a fare le scelte migliori nell’ottica della salute e ad affrontare tutte le sfide che ostacolano una gestione ottimale della malattia”.
“Non suggeriamo al bambino con diabete di fare diete speciali – continua Mozzillo – è importante che segua un’alimentazione sana, a meno che non ci sia anche la celiachia, malattia autoimmune che si può associare al diabete di tipo 1. In ogni caso il ruolo della dietista è fondamentale, perché insegna alla famiglia la conta dei carboidrati. Questo perché al momento del pasto il bambino deve segnalare al dispositivo la quota di carboidrati che sta assumendo, cosicché il device somministri un bolo” corrispondente “per poter gestire al meglio il picco glicemico dopo il pasto”.
Le novità sul fronte della prevenzione e del trattamento precoce
La legge 130/2023 ha istituito un programma nazionale di screening gratuito e volontario per la diagnosi precoce del diabete di tipo 1 e della celiachia nella popolazione pediatrica italiana.
La legge mira a prevenire complicanze gravi, identificando i bambini a rischio o già affetti dalle patologie prima dell’insorgenza dei sintomi. “La nuova legge sullo screening punta proprio a prevenire la chetoacidosi diabetica, cioè a ridurre l’incidenza di questa grave complicanza, ma anche a ‘intercettare’ i bimbi positivi, quelli con disglicemia e quelli con diabete conclamato. Nel caso dei bimbi con disglicemia nel nostro Paese è stata approvata una immunoterapia che può rallentare la progressione della malattia. Ma sono in fase di studio anche nuovi immunomodulanti e nuovi dispositivi sempre più intelligenti” per il trattamento della malattia dal sangue dolce.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di dicembre 2025 – gennaio 2026 (numero 10, anno 8)

