Il via libera al Piano nazionale per la salute mentale riapre il confronto politico e istituzionale sull’ADHD, una delle aree che continuano a scontare un ritardo strutturale in termini di riconoscimento, presa in carico e supporto alle famiglie. Il Piano, approvato dal Ministero della Salute e condiviso dalla Conferenza Stato-Regioni, è stato al centro del convegno “Salute mentale e ADHD”, promosso dall’On. Luciano Ciocchetti nella nuova Aula dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati, con l’obiettivo di valutare opportunità e limiti del nuovo impianto di intervento.
Le risorse del Piano e i limiti ancora aperti sull’ADHD
Il documento prevede un finanziamento strutturale crescente inserito in legge di bilancio: 80 milioni di euro aggiuntivi nel 2026, 85 milioni nel 2027 e 90 milioni nel 2028, destinati al rafforzamento dei Dipartimenti di salute mentale e all’integrazione della salute mentale nell’organizzazione sanitaria territoriale, oggi uno dei punti più fragili del Servizio sanitario nazionale. A queste risorse si aggiungono ulteriori 30 milioni di euro per le assunzioni di personale sanitario dedicato.
Un investimento considerato significativo dagli addetti ai lavori, ma che non scioglie il nodo dell’ADHD, ambito in cui continuano a mancare politiche strutturate e coordinate. La presa in carico resta frammentata, con una carente integrazione tra sanità, scuola e famiglie, e con un carico che ricade spesso in modo sproporzionato sui nuclei familiari, costretti a supplire alle lacune del sistema.
Dal dibattito parlamentare al nodo culturale e organizzativo
Proprio su questi aspetti si è concentrato il dibattito parlamentare, che ha messo in evidenza come l’approvazione del Piano rappresenti un cambio di passo importante, ma non ancora sufficiente a colmare il divario esistente. A Fortune Italia, Cristina Lemme, presidente dell’associazione ADHD Italia, ha sottolineato la necessità di andare oltre il riconoscimento formale della salute mentale come priorità sanitaria.
“È sicuramente un passo in avanti, perché mette al centro la salute mentale nel suo complesso, adottando finalmente una visione olistica. Allo stesso tempo, però, è necessario continuare a sostenere il Servizio Sanitario Nazionale e i sistemi sanitari regionali, affinché l’ADHD non sia più uno stigma ma venga riconosciuta come una neurodivergenza. Una condizione che richiede un sistema relazionale complessivo, capace di offrire alle famiglie strumenti adeguati e di permettere a ragazze e ragazzi di esprimere pienamente il proprio potenziale”.
Un richiamo che sposta il tema dal solo piano sanitario a quello culturale e organizzativo. Senza un coordinamento stabile tra istituzioni, servizi territoriali e mondo della scuola, l’ADHD rischia infatti di restare ai margini delle politiche per la salute mentale, affrontata in modo episodico anziché come parte integrante delle strategie di inclusione. Con l’approvazione del Piano, la sfida si gioca ora sulla capacità di trasformare gli indirizzi in interventi concreti e continuativi.

