Un gruppo di ricercatori del Cnr-Irgb di Cagliari e dell’Università di Sassari ha individuato una variante genetica capace di ostacolare la crescita del parassita della malaria. Lo studio, intitolato “Reduced cyclin D3 expression in erythroid cells protects against malaria”, è stato pubblicato su Nature e ha ricevuto anche un editoriale dedicato dalla rivista. I risultati chiariscono il meccanismo biologico alla base della protezione e indicano una possibile strada per lo sviluppo di nuovi farmaci.
Un indizio dal DNA della popolazione sarda
La ricerca nasce dall’analisi genomica di circa 7.000 volontari coinvolti nel progetto SardiNIA in Ogliastra. Gli studiosi hanno individuato una variante del DNA associata a caratteristiche particolari dei globuli rossi, le cellule del sangue che ospitano il parassita della malaria.
“La variante riduce l’attività del gene CCND3 che regola lo sviluppo dei precursori dei globuli rossi, producendo globuli rossi circolanti più grandi e con caratteristiche particolari. Con esperimenti durati diversi anni abbiamo spiegato del dettaglio i meccanismi molecolari e biologici alla base di queste osservazioni”, spiega Maria Giuseppina Marini, prima autrice dello studio insieme a Maura Mingoia e Maristella Steri del Cnr-Irgb.
Il ruolo dell’evoluzione
La malaria causa ancora oggi oltre 600.000 morti ogni anno, soprattutto nei Paesi tropicali. Non tutti gli individui infetti sviluppano però la stessa gravità clinica. Comprendere le differenze individuali rappresenta una delle sfide centrali della medicina.
“La genetica umana conserva tracce delle malattie del passato”, afferma Francesco Cucca, genetista dell’Università di Sassari e del Cnr-Irgb e coordinatore dello studio. “Questo ci permette di individuare adattamenti biologici selezionati dall’evoluzione”.
Le analisi evolutive mostrano che la variante si è diffusa in Sardegna perché offriva un vantaggio di sopravvivenza. “Abbiamo quindi ipotizzato che la malaria, storicamente endemica in Sardegna, potesse essere la pressione evolutiva che ha favorito la diffusione della variante”, aggiunge Cucca.
Cosa accade nei globuli rossi
I ricercatori hanno infettato in laboratorio i globuli rossi portatori della variante con Plasmodium falciparum, il principale agente della malaria. Il parassita non è riuscito a proliferare normalmente.
“Abbiamo osservato una forte inibizione della crescita del parassita fino alla sua morte”, spiega Antonella Pantaleo dell’Università di Sassari, che ha coordinato gli esperimenti di infezione. “Il fenomeno è legato a un aumento dello stress ossidativo nei globuli rossi, un meccanismo simile a quello che protegge le persone con deficit di G6PD in quanto crea un ambiente inospitale per il parassita in queste cellule”.
Dalla scoperta alla terapia contro la malaria
Oggi la variante è frequente in Sardegna ma non compare nelle aree dove la malaria resta endemica. Secondo i ricercatori, questo “esperimento naturale” offre un’opportunità terapeutica.
“La natura ci ha mostrato un modo efficace per bloccare la malaria”, conclude Cucca. “La sfida ora è trasformare questo meccanismo biologico in una terapia: riprodurre farmacologicamente l’effetto protettivo della variante per proteggere le popolazioni che oggi convivono con la malattia”.
Lo studio fornisce una base scientifica per lo sviluppo di farmaci mirati, ispirati a un adattamento evolutivo umano che ha protetto intere comunità.


