Il tumore ovarico continua a essere uno dei tumori ginecologici più complessi da affrontare. In Italia ogni anno vengono diagnosticati oltre 5.400 nuovi casi e più di 52mila donne convivono con questa malattia. Il problema principale è la diagnosi tardiva: circa otto pazienti su dieci scoprono il tumore quando la malattia è già in fase avanzata.
Questo accade perché il carcinoma ovarico si sviluppa spesso senza sintomi specifici e non esistono programmi di screening consolidati. Il risultato è che solo una minoranza dei casi viene individuata quando il tumore è ancora limitato alle ovaie.
Di fronte a questo scenario, il trattamento standard resta l’intervento chirurgico seguito da chemioterapia a base di platino. Nonostante i progressi degli ultimi anni, la sopravvivenza globale a cinque anni per i tumori epiteliali maligni dell’ovaio si attesta intorno al 43%.
Recidive e resistenza alle terapie
Uno degli aspetti più critici della malattia è la tendenza a ripresentarsi dopo il trattamento iniziale. Nei tumori in stadio avanzato la recidiva si verifica in circa il 70% dei casi. In una parte delle pazienti la malattia diventa anche resistente alla chemioterapia a base di platino, riducendo ulteriormente le opzioni terapeutiche disponibili.
“Tra i tumori ginecologici il carcinoma ovarico è il più insidioso”, spiega Sandro Pignata, direttore dell’Uoc Uro-ginecologia dell’Int-Irccs Fondazione Pascale di Napoli. “Si tratta di una neoplasia aggressiva che spesso non dà segnali chiari nelle fasi iniziali. Questo rende molto più difficile intervenire precocemente e limita le possibilità di cura”.
La ricerca si è quindi orientata sempre di più verso la medicina di precisione, con l’obiettivo di individuare bersagli molecolari specifici e sviluppare terapie mirate.
La nuova frontiera degli anticorpi farmaco-coniugati
Tra le innovazioni più promettenti emergono gli anticorpi farmaco-coniugati, una classe di farmaci progettata per colpire selettivamente le cellule tumorali. Queste terapie combinano un anticorpo capace di riconoscere un bersaglio molecolare presente sul tumore ovarico con un farmaco citotossico che viene rilasciato direttamente nella cellula malata.
Nel carcinoma ovarico una delle nuove opzioni è mirvetuximab soravtansine, autorizzato a livello europeo alla fine del 2024. Il farmaco agisce su un biomarcatore specifico, il recettore dei folati (FRα), che risulta espresso in circa la metà delle pazienti.
“Il recente arrivo degli anticorpi farmaco-coniugati rappresenta una svolta importante”, sottolinea Anna Fagotti, direttrice dell’Uoc Carcinoma ovarico della Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs di Roma. “Queste terapie hanno dimostrato di ritardare la progressione della malattia e di migliorare la sopravvivenza, con un profilo di tossicità diverso rispetto ai trattamenti tradizionali”.
Secondo gli specialisti, la disponibilità di test diagnostici per individuare il biomarcatore rappresenta un passaggio essenziale per permettere alle pazienti di accedere a queste nuove opzioni terapeutiche.
Accesso alle innovazioni e informazione
Il tema dell’accesso alle nuove cure è stato al centro del confronto tra oncologi, ginecologi, anatomopatologi e altri specialisti riuniti a Sorrento per l’evento scientifico “FOLight – Discovering new frontiers in ovarian cancer”.
Per le associazioni dei pazienti, l’arrivo delle terapie mirate rappresenta un cambiamento significativo nelle prospettive di cura.
“Nel carcinoma ovarico stiamo assistendo a un’evoluzione importante: la sopravvivenza può aumentare grazie a terapie sempre più mirate”, osserva Ilaria Bellet, presidente di Acto Italia (Alleanza contro il tumore ovarico). “Per trasformare questa innovazione in cura concreta è fondamentale garantire un accesso rapido e uniforme sul territorio, insieme agli strumenti diagnostici necessari”.
Accanto alle nuove terapie resta centrale anche il tema della consapevolezza. I tumori ginecologici, ricordano gli esperti, sono ancora poco conosciuti e la scarsa informazione può contribuire a diagnosi tardive e percorsi di cura più complessi.
Secondo gli specialisti, la sfida dei prossimi anni sarà integrare rapidamente le innovazioni terapeutiche nella pratica clinica, con l’obiettivo di migliorare la prognosi e la qualità di vita delle pazienti.

