Covid, dalla corsa al vaccino allo scontro politico: ecco cosa ha incrinato la fiducia nella scienza

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Uno dei più grandi successi della scienza si è trasformato, quasi dall’oggi al domani, in un problema politico. Quando è scoppiata la pandemia di Covid-19, gli scienziati hanno identificato il virus, ne hanno decifrato i meccanismi, sviluppato un vaccino, avviato la produzione e reso la malattia gestibile — tutto nel giro di un anno. Nessuna civiltà si era mai mossa con una tale rapidità.

La risposta? L’amministrazione Trump ha deriso singoli scienziati, tagliato i fondi, licenziato specialisti e chiuso uffici. È come se avessimo aperto il fuoco sui soldati vittoriosi tornati dalla Seconda guerra mondiale. Com’è possibile che un trionfo si sia trasformato in una guerra culturale? E cosa si può fare per rimediare?

Dove la scienza ha fallito per prima

Partiamo da ciò che l’establishment scientifico ha sbagliato durante la pandemia. Primo: il fallimento dei test da parte dei Cdc. L’agenzia non aveva la capacità di gestire test di massa come richiesto da una pandemia. Peggio ancora, la tecnologia dei test è crollata (a causa di un difetto di produzione) e l’agenzia — secondo una logica burocratica classica — non ha cercato aiuto nel settore privato. La Fda ha aggravato la situazione rifiutandosi di approvare alternative al test difettoso. Senza test, i decisori politici non potevano monitorare la diffusione della malattia: procedevano alla cieca. Prima lezione: i Cdc dovrebbero uscire dal business della produzione di test pandemici e collaborare più strettamente con le aziende biofarmaceutiche per sviluppare diagnosi tempestive.

Secondo: gli scienziati non sono mai riusciti a spiegare perché le loro indicazioni cambiassero continuamente e questo ha alimentato sospetti. La risposta è semplice: stavano imparando. Le indicazioni mutevoli sull’uso delle mascherine hanno generato rabbia perché pochi — nel governo, nei media e nell’opinione pubblica — capivano il motivo di questi cambiamenti.

All’inizio, i ricercatori pensavano che il Covid si comportasse come l’influenza. Poi hanno scoperto che si diffonde anche tramite portatori asintomatici — una differenza cruciale che ha richiesto nuove linee guida, apparentemente improvvise. Fauci non era evasivo: la scienza si stava evolvendo in tempo reale. La lezione: gli scienziati devono accompagnare il pubblico lungo il processo di scoperta, non limitarsi ad annunciare nuove conclusioni.

La storia non raccontata della Casa Bianca

L’attacco alla scienza ha anche una storia politica raramente raccontata per intero. Tutto è iniziato con la scarsa preparazione della Casa Bianca a una pandemia. Il Consiglio per la sicurezza nazionale aveva smantellato la sua unità dedicata alle minacce biologiche e la comunità dell’intelligence ha impiegato più di un mese per inserire il Covid nel briefing quotidiano al Presidente. Anche allora, il problema fu sottovalutato.

Tutto è cambiato nella prima settimana di marzo. New York è diventata una zona di morte. Trump, secondo quanto riportato, è rimasto scosso dalle immagini dei camion frigoriferi parcheggiati davanti all’obitorio dell’Elmhurst Hospital nel Queens, non lontano da dove era cresciuto. I mercati sono crollati. Le aziende hanno chiuso. Le scuole hanno sospeso le attività. La dottoressa Deborah Birx ha assunto il coordinamento Covid della Casa Bianca e ha elaborato un modello che prevedeva — con accuratezza — tra 100.000 e 240.000 morti nei due mesi successivi.

In questo contesto, dopo una fase iniziale di negazione e ambiguità, Donald Trump ha reagito in modo relativamente razionale alla pandemia. Lontano dalle telecamere e dai social, ha preso decisioni difficili: ha ascoltato i consulenti sanitari, ha bilanciato le loro indicazioni con le preoccupazioni degli economisti, ha chiuso le frontiere, sostenuto i lockdown e ha accelerato in modo senza precedenti lo sviluppo del vaccino, unendo scienza, logistica e ingenti risorse economiche.

Come la politica ha avvelenato il clima contro la scienza

Ma ad aprile, i lockdown stavano producendo effetti economici pesanti, la campagna elettorale si intensificava e Trump riceveva forti pressioni dal mondo imprenditoriale. Il team economico, guidato da Kevin Hassett, elaborò nuove stime più ottimistiche: solo 26.000 morti entro il Memorial Day — un numero già superato al momento della pubblicazione. Queste previsioni alimentarono la diffidenza di Trump verso il suo team sanitario.

La diffidenza si trasformò in rabbia quando i leader scientifici continuarono a contraddire il suo sostegno a trattamenti come idrossiclorochina, ivermectina e plasma convalescente. Trump iniziò ad attaccarli pubblicamente, dipingendo Fda, Cdc e Nih come parte di un ‘deep state’ deciso a ostacolarlo.

A metà aprile, la rabbia si trasformò in ribellione. Trump sostenne piccoli gruppi armati che protestavano contro le restrizioni, amplificando via Twitter la retorica della ‘liberazione’ dell’America non solo dal Covid, ma anche dalle élite — scienziati, burocrati, democratici — accusate di eccesso tecnocratico.

Tuttavia, andò oltre quando criticò pubblicamente la lentezza degli studi clinici sui vaccini. Nove aziende farmaceutiche reagirono acquistando spazi sui giornali per impegnarsi a non distribuire vaccini prima di averne dimostrato sicurezza ed efficacia. La Fda estese quindi la durata degli studi clinici, facendo slittare l’approvazione a dopo le elezioni — intrecciando definitivamente l’agenzia con la narrativa politica di un’elezione ‘truccata’.

L’avanguardia no-vax nella pandemia

La svolta contro la scienza si consolidò definitivamente quando Trump, durante un comizio post-elettorale, menzionò il proprio vaccino contro il Covid ricevendo fischi. Cambiò immediatamente posizione, avvicinandosi al movimento no-vax che aveva contribuito, indirettamente, a creare. Non sorprende che, in un eventuale secondo mandato, abbia indicato Robert F. Kennedy Jr. per intervenire radicalmente su sanità e scienza.

Una ribellione contro vaccini e salute pubblica si diffuse negli ambienti conservatori. Ventisei Stati approvarono nuove restrizioni ai poteri delle autorità sanitarie, già indebolite da anni di tagli di bilancio.

Eppure, i fatti scientifici restano ostinati. Come scriveva lo storico Richard Hofstadter, la diffidenza verso gli esperti emerge a ondate nella storia americana. L’aumento dei casi di morbillo — e il costo politico di una crisi sanitaria — sembra oggi invertire la tendenza. Kennedy e i suoi alleati stanno già attenuando le loro posizioni scettiche sui vaccini.

Come affrontare una prossima pandemia?

Il futuro richiede più di semplici riforme politiche, per quanto necessarie. Gli scienziati devono comunicare in tempo reale l’evoluzione delle conoscenze. I politici devono evitare di trasformare l’incertezza in arma. Le istituzioni devono avere risorse e flessibilità per rispondere su larga scala.

Ma, in ultima analisi, proteggere la società richiede qualcosa di più profondo: una comunità capace di restare unita, di prendersi cura gli uni degli altri, di superare le divisioni e di proteggere la salute collettiva. Non affronteremo efficacemente una pandemia finché non sapremo dare spazio a ciò che Abraham Lincoln chiamava “gli angeli migliori della nostra natura”. Senza di essi, non vinceremo la prossima minaccia infettiva.

David Blumenthal è docente di sanità pubblica e politiche sanitarie presso la Harvard University. James A. Morone è professore emerito di scienze politiche, politiche pubbliche e studi urbani presso la Brown University.

Le opinioni appartengono esclusivamente agli autori e non riflettono necessariamente la posizione della testata.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Fortune.com.

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