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Pubblico e privato, il Coronavirus fa la differenza

Gli ospedali sotto pressione, la gestione della salute e della sicurezza, il funzionamento della macchina dello Stato, delle Regioni, dei Comuni. Sanità, forze dell’ordine, scuola, servizi al cittadino continuano a funzionare, pur nelle restrizioni e nonostante le disfunzioni e i problemi di sempre, tentando di inseguire la normalità in tempi eccezionali. Mentre il privato, sempre per cause di forza maggiore, deve spesso fare un passo indietro. L’emergenza Coronavirus, tra le altre implicazioni, può avere anche quella di favorire una riflessione sul valore della ‘cosa pubblica’.

Non vuol dire solo riaprire le ostilità fra chi vorrebbe più Stato e chi, al contrario, lo vorrebbe ridimensionare. Ma mettere in evidenza quanto sia importante difendere il ruolo dei servizi pubblici, che in questi giorni si mostra palesemente essenziale. Vuol dire denunciare gli sprechi, combattere le inefficienze, restituire dignità al lavoro di medici, infermieri, insegnanti, poliziotti e dipendenti pubblici. Vuol dire riconoscere il valore delle persone che lo hanno e isolare assenteisti, furbetti del cartellino, parassiti di varia natura.

Non serve l’indulgenza e non basta la narrazione. Ma non si deve neanche sottovalutare quello che il Sistema sanitario nazionale sta rappresentando, andando oltre la celebrazione, pure giusta, di ricercatori e ricercatrici precarie capaci di portare risultati scientifici cruciali. Ci solo loro, c’è il personale sanitario in prima linea, ci sono gli uomini e le donne in divisa che lavorano per garantire l’ordine pubblico, ci sono tutti gli impiegati chiamati a svolgere servizi che non possono chiudere in attesa di tempi migliori. Inclusi gli insegnanti, che hanno il compito, quando le scuole possono essere aperte, di gestire non solo i programmi abituali e l’istruzione ma anche di trasmettere il valore della solidarietà e della convivenza sociale ai loro alunni, ai loro studenti.

Le conseguenze di un’epidemia, a maggior ragione quando assume le proporzioni di una pandemia, sono tante. E, da sempre, colpiscono nello stesso modo tutti, senza troppe distinzioni di estrazione sociale e di provenienza geografica. L’abusata immagine retorica del virus ‘democratico’ ha un suo fondamento nella realtà delle cose. Non fosse altro perché nessuna clinica privata, anche la più costosa ed esclusiva, può permettersi in una fase come questa di sostituire gli ospedali, i presidi della sanità pubblica attrezzati per fronteggiare l’emergenza. E anche perché, allargando lo sguardo al contesto internazionale, mischia le carte anche sul piano dell’affidabilità e della risposta all’emergenza. Basta ricorrere a un paragone, anche in questo caso abusato ma significativo. Alla capacità di reagire e assicurare assistenza a tutti di un sistema pubblico, come quello italiano, si contrappongono tutte le incertezze che in queste ore stanno accompagnando i primi segnali di diffusione del virus negli Stati Uniti. Se le cose si dovessero mettere male, gli americani si troverebbero di fronte a un bivio: aprire le strutture private e in qualche modo assicurare il diritto alle cure o rischiare di perdere il controllo di un contagio che potrebbe dilagare.

Solo dover pensare a un’ipotesi del genere, suggerisce una conclusione: nessuna guerra ideologica al privato ma tutto il sostegno possibile a una ‘cosa pubblica’ che oggi costituisce un argine decisivo e che domani, con una politica capace di fare le scelte giuste, deve poter trovare uno sviluppo sostenibile.

 

 

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