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2 Aprile 2020

Coronavirus, non chiamateli supereroi

Francesco Zurlo

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Il nemico invisibile

La pandemia in corso distrae da un gravissimo pericolo, del quale si sta tacendo la reale portata.

In questo momento, nel nostro paese, è in corso una battaglia invisibile combattuta con poteri nascosti.

Il DHMO (acido ossidrilico) è un composto chimico ben noto agli esperti, meno alle persone comuni, ma tutti quanti lo stiamo assumendo. Può avere varie forme ed essere responsabile di ustioni, danni biologici e morte. Se ne riscontrano tracce oggettive in elevate quantità nelle piogge acide. Parlo di un composto chimico con il quale non si scherza, capace di corrodere i metalli e che finisce nel nostro corpo e in quello dei nostri figli e a tutto questo si aggiunga che è incolore, inodore e insapore.

Il grave pericolo del quale sto parlando, di cui si tace la reale portata, è legato al potere della parola. Infatti “acido ossidrilico” è uno dei nomi dell’acqua, che ha tutte le summenzionate proprietà.

La battaglia è quella della disinformazione, le parole sono le armi, il campo di battaglia è la mente di ognuno di noi, da conquistare come avamposto per le successive battaglie.

Il nome della rosa

Tutti ricordiamo Shakespeare: “Cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo rosa anche con un altro nome conserva sempre il suo profumo”. Eppure, nominare una cosa in modo diverso cambia la percezione della cosa stessa, come mostra la “beffa” dell’acqua.

Questo è il motivo per cui il naming è un aspetto tanto importante del branding e, più in generale, del marketing. Il potere di dare un nome alle cose è tuttavia più antico. Quando Dio crea gli animali, li conduce all’uomo affinché questi dia loro un nome. Il potere più grande dell’essere umano è anche il più antico. L’importanza di questo potere è ulteriormente accresciuta in riferimento a ciò di cui non abbiamo percezione diretta, com’è nel caso del virus chiamato SARS-CoV-2 (Severe acute respiratory syndrome coronavirus 2 – prima ancora chiamato provvisoriamente 2019 novel coronavirus).

Quando l’amministrazione Trump decide di nominarlo il “virus cinese” opera una precisa scelta strategica che orienta la percezione del problema in una certa direzione e che parte dalla consapevolezza di quanto il potere di dare un nome alle cose sia grande.

La WHO – World Health Organization evita di chiamare il virus “SARS-CoV-2” e fa riferimento ad esso come “il virus responsabile del covid-19”. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una precisa scelta strategica legata alla consapevolezza che, soprattutto nei paesi asiatici, “SARS” rievoca immediatamente il terrore dell’epidemia del 2003.

Tutti gli attori strategici, che giustamente perseguono i loro fini e tutelano i propri interessi, devono imparare la lezione ben resa dal famoso passo di Alice nel Paese delle Meraviglie: “La questione è” disse Alice, “se lei può forzare le parole a significare così tante cose diverse”. “La questione è” replicò Humpty Dumpty, “chi è che comanda – ecco tutto”.

Gli esperti di strategia e comunicazione, coloro che prestano la loro opera al servizio della disinformazione e gli psicoterapeuti devono padroneggiare a fondo il potere della parola, apprezzandone gli effetti sull’animo umano, poiché il potere delle parole è tale che con esso si può sia curare sia ferire.

Non a caso una delle prime prescrizioni che ho sviluppato in questo periodo nel mio lavoro di psicoterapeuta consiste nel chiedere alle famiglie con bimbi piccoli di dare un loro nome al virus. Dare un nome alle cose permette di esercitare su di esse una sensazione di dominio, al contrario l’angoscia cresce di fronte ciò che ignoto.

In tutte le grandi avventure i protagonisti hanno diversi poteri e strumenti. La parola è il potere dell’uomo ma non tutti sanno usare questo potere, tanto più diffuso quanto dimenticato.

Non chiamateli Supereroi.

Il potere della parola parte dalla scelta.

Quando noi creiamo una “zona rossa”, stiamo dicendo che fuori da quella zona il pericolo non è alto, stiamo creando differenze tra i cittadini, differenze che impatteranno sul loro modo di interagire. Quando diremo che non esiste una zona rossa, le persone penseranno che tutto il paese è zona rossa. Ciò che la parola crea è difficile da distruggere. Questa non è una critica bensì una riflessione.

Una parola che sento sempre più spesso utilizzare, per definire gli agenti delle forze dell’ordine, gli infermieri, i medici e coloro che sono in prima linea è supereroi. Proprio perché appare positiva questa parola nasconde i suoi pericolosi effetti, come emerso durate un mio corso per l’Università Tor Vergata.

“Pensate quanto è pericolosa questa comunicazione. Dire che un medico è un supereroe vuol dire dimenticare che dietro quella mascherina c’è un essere umano. Significa dimenticare che per combatter il peggiore dei criminali, Bruce Wayne, Batman, anche se è sempre Batman ha bisogno di aiuto, di supporto, di una attrezzatura, ha bisogno di essere messo nelle condizioni di poter lavorare. Allora io lancio una provocazione. I medici possono essere qualcosa di meno di un supereroe, e possono essere qualcosa di più di un supereroe, ma non sono un supereroe. Ed è pericoloso trattarli come tali perché si finisce con il dimenticare che sono esseri umani. Io ho avuto l’onore per dieci anni di crescere molte generazioni di medici e di infermieri e quindi adesso mi ritrovo con molti miei ex allievi che si sono appena laureati e senza alcuna esperienza si ritrovano catapultati in prima linea e per me hanno un volto, perché io li ho visiti crescere e quindi io vedo il volto che si nasconde dietro la mascherina del supereroe e riconosco il volto del ragazzo che ho visto crescere e compare dentro di me una grande paura che rispecchia un’antica sapienza che dice che il giovane è disposto a morire per una nobile causa ma io preferisco chi è disposto a vivere per essa”.

Un potere nascosto

Il potere di dare un nome alle cose si rivela fondamentale in questo momento di incertezza, in cui molti corrono il rischio di proiettare sul futuro l’incertezza del presente, dimenticando che quando la sabbia del presente si alza dal fondale ed impedisce di vedere il futuro, è essenziale stare fermi, mantenere la lucidità e restare uniti, altrimenti si finisce con l’aumentare la confusione, alimentare l’incertezza e prestare il fianco a coloro che nella confusione si nascondono per prosperare, anche a nostro svantaggio. Quando tutto intorno si muove occorre invece saper star fermi per non alzare altra sabbia, ma aspettare di vedere chiaramente. Solo allora si può fare la mossa giusta in direzione di un futuro migliore, sperimentando nuovi modelli di interazione con gli attori che, come noi, vivono in questo mondo complesso.

E in questa avventura delicata, e non priva di rischi, cruciale è il potere della parola: impariamo a farne buon uso.

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