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Commissione Ue contro AstraZeneca, la grande sfida

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Sarà la disfida del secolo? Forse no. Parliamo del contenzioso aperto dalla Commissione europea nei confronti dell’azienda farmaceutica AstraZeneca sul presunto mancato rispetto dei termini contrattuali previsti per la fornitura dei vaccini anti-Covid ai Paesi Ue. Che l’azienda anglo-svedese respinge al mittente dichiarando che si difenderà in tribunale.
Per capire meglio i contorni della vicenda e i possibili esiti è bene fare un rapido quadro della situazione.

L’Ue stipulò con AstraZeneca un contratto per la fornitura di 300 milioni di dosi del proprio vaccino Covid Vaxzevria entro la fine di giugno 2021.
L’azienda iniziò a consegnare le prime dosi, ma subito si evidenziò un forte ritardo nelle forniture. A fine marzo, cioè a metà del periodo previsto per le consegne totali, risultavano forniture per sole 30 milioni di dosi. Ad oggi le previsioni indicano altre 80 milioni di dosi entro metà anno. Ne mancherebbero all’appello circa 190 milioni.

Da qui la decisione presa venerdì scorso dall’Europa, e comunicata ieri alla stampa, di fare causa all’azienda produttrice. Cuore dell’azione legale sarebbe il “mancato rispetto di alcuni termini contrattuali” da parte di AstraZeneca, leggasi le mancate consegne previste.

Ma l’azienda non ci sta e rimanda al mittente le accuse: “AstraZeneca ha rispettato completamente l’accordo di fornitura stipulato con la Commissione europea”, comunica in una nota stampa.

Ma c’è di più. Il produttore è così sicuro di essere in una botte di ferro, da spingersi oltre nelle sue dichiarazioni. “Ci difenderemo strenuamente in tribunale. Crediamo che qualsiasi contenzioso sia privo di fondamento”, sostiene.

Ma qual è il bandolo della matassa? Chi ha torto e chi ha ragione saranno i giudici europei a stabilirlo. Ciò che possiamo fare è analizzare la questione basandoci sui fatti. A partire dal contratto tra la Commissione Ue e AstraZeneca. Che pare essere stato stilato e approvato dalla prima con assai poche tutele per il committente, cioè la stessa Commissione.

“Il contratto è assai carente dal punto di vista delle obbligazioni del produttore nei confronti della Commissione europea. Non sono previste penali per il produttore in caso di inadempienza. E questo naturalmente è una responsabilità di chi, in seno alla Commissione Ue, ha riletto emendato e approvato il contratto”, dice Carlo Centemeri, farmacologo dell’università degli studi di Milano.

Un aspetto, quello dell’assenza di penali, che può giustificare, si fa per dire, un comportamento diciamo “non ortodosso” del produttore. Il quale trae la sua forza nell’affrontare a testa alta le accuse della Commissione anche da un altro particolare importante della vicenda. “Il contratto prevede che AstraZeneca faccia ‘del proprio meglio’ – “best effort” – per consegnare le dosi nei tempi stabiliti. Il problema è che questo ‘del proprio meglio’ non ha valore giuridico”, spiega Centemeri. Come a dire che dimostrare che l’altra parte non si è impegnata al meglio delle proprie forze è molto complicato, se non impossibile. Soprattutto in un business, come quello dei vaccini e della biofarmaceutica, dove i processi produttivi che portano al prodotto finito sono molto più complesse rispetto a quelle della produzione dei medicinali di sintesi.

Ma possibile che queste 190 milioni di dosi mancanti su 300 siano effetto di imponderabili défaillance produttive? La domanda è retorica. “La vicenda va letta andando a vedere le date di sottoscrizione dei contratti di fornitura”, evidenzia Centemeri. “Prima dell’Europa arrivarono Paesi come Uk, Sudafrica e Stati del Centro e del Sud America. E al fattore tempo si deve aggiungere quello del prezzo. Mentre l’Europa ha negoziato 2,80 euro a dose complessivamente, tra il contributo della Commissione e quello dei singoli Stati membri, altri Paesi si sono accordati per riconoscere prezzi anche 3-4 volte superiori”.

In questo caso potrebbe essersi verificata la scelta, il condizionale è d’obbligo, di dare la precedenza a soddisfare le forniture non solo dei contratti siglati per primi, ma anche di quelli più interessanti dal punto di vista negoziale. E certamente quello con la Commissione non faceva parte di questa categoria, né sotto il profilo dei prezzi concordati né del rispetto degli obblighi a carico del produttore.

Vien quindi da chiedersi che senso abbia una Commissione europea che cita in giudizio AstraZeneca sulla base di un contratto che fa acqua da tutte le parti rispetto alla tutela degli interessi europei. “È un atto puramente politico. Astrazeneca, di fatto, è una azienda extra-Ue. E, anche per come è fatto il contratto di fornitura, la Commissione sa già di non avere chance di vittoria”, commenta il farmacologo.

Ma i 27 Stati membri, che hanno avvallato la scelta di adire le vie legali contro big pharma non potevano fare altro. Per cercare di mettersi in una luce migliore agli occhi dei propri cittadini che torneranno alle urne nel 2024. Anche se, a distanza di tre anni da oggi, potrebbero aver già dimenticato quello che sarà ricordato come l’affair dei vaccini anti-Covid.

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