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Covid, chi è vaccinato può infettarsi?

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Se mi sono vaccinato posso prendere Covid-19? A rispondere sono i medici anti-bufale di Dottoremaeveroche.it, il portale contro le fake news della Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici), in una scheda firmata da Roberta Villa, giornalista e divulgatrice laureata in medicina. Ebbene, la risposta è sì, con diversi ‘dipende’.

“Oggi sappiamo che i vaccini sono in grado di ridurre drasticamente la possibilità di infettarsi e contagiare altri, ma sappiamo anche che non è sempre così. Gli studi pubblicati e quelli ancora in corso ci dicono infatti che il rischio di contrarre e trasmettere l’infezione può dipendere dalle caratteristiche dell’individuo vaccinato, dalla carica virale con cui viene a contatto, ma anche dal tipo di vaccino e di variante virale in cui incappa”.

È uno dei casi in cui la complessità della pandemia, e più in generale della scienza, si scontra con il nostro desiderio di avere risposte certe e assolute. Il mondo però non è in bianco e nero, e spesso si descrive meglio con un approccio probabilistico che con affermazioni dogmatiche. Non esiste il rischio zero e tutta la nostra vita si basa su valutazioni che hanno a che fare con un calcolo delle probabilità.

Non posso dirmi totalmente sicuro che non sarò mai investito da un pirata della strada passando sulle strisce pedonali con il semaforo verde, ma intuisco che, rispettando i segnali, rischio molto meno che attraversando a piedi un’autostrada in piena notte.

Per molti mesi è stata la domanda centrale che si ponevano i cittadini, ma soprattutto gli scienziati e i decisori che dovevano definire gli obiettivi, le priorità, le strategie delle campagne vaccinali: i vaccini, oltre a proteggere dalle manifestazioni di Covid-19, cioè dalla malattia sintomatica, impediscono anche di contrarre il virus Sars-CoV-2?

E in caso contrario, anche chi è vaccinato può raggiungere una carica virale, cioè un numero di particelle virali nelle alte vie aeree, sufficiente per infettare chi gli è vicino? La risposta è rimasta a lungo in sospeso.

Per accelerare i tempi, gli studi sulla base dei quali è stata concessa l’autorizzazione a distribuire i vaccini si erano concentrati, dopo la verifica della produzione di anticorpi, sull’esito più importante e facile da registrare, cioè la comparsa di febbre, tosse, perdita di gusto e olfatto, o altri sintomi tipici della malattia. Nel 2020, infatti, la priorità era salvare vite umane e alleggerire il prima possibile i servizi sanitari e gli ospedali.

La possibilità di trasmettere il virus di Covid-19 anche da parte dei soggetti vaccinati non era tuttavia una questione secondaria in vista del controllo della pandemia e degli strumenti legislativi di salute pubblica da adottare a questo scopo. Che un vaccinato non si ammali e non muoia è il primo obiettivo, ma se non si può infettare e non può trasmettere il virus ad altri, nemmeno come portatore asintomatico, può diventare una sorta di barriera tagliafuoco capace di fermare i focolai e spezzare la catena dei contagi.

Viceversa, se i vaccini evitassero la comparsa dei sintomi, ma non influissero in alcun modo sulla possibilità di infettarsi e trasmettere il virus, potrebbero avere un effetto boomerang, facendo aumentare il numero di asintomatici ignari, che in maniera inconsapevole potrebbero diffondere il contagio.

Allo stato delle cose ci troviamo in una situazione nettamente a favore dei vaccini: i casi in cui una persona vaccinata può infettarsi e trasmettere l’infezione sono infatti una minoranza, anche ora che la variante delta circola con una carica virale molto più elevata.

Dottore, la risposta a questa domanda influenzerebbe anche le misure da prendere? “Certamente. Il tema, come si diceva, riguarda da vicino anche le restrizioni da mantenere o da cui esonerare i vaccinati: risparmiare loro o poter abbreviare la quarantena in caso di contatto con Covid positivo, consentire il libero accesso ad ambienti chiusi, liberarli dal fastidio della mascherina e così via. Ha inoltre un grosso impatto sul dibattito riguardo all’obbligo della vaccinazione, le cui motivazioni e il cui fondamento giuridico cambiano in maniera sostanziale per un provvedimento che è solo a tutela dell’individuo o di tutta la comunità”.

In rete si trovano ancora spezzoni di video, interviste, conferenze, in cui medici e scienziati parlano di questo argomento con toni dubbiosi o dichiarando esplicitamente che “non sappiamo se i vaccinati possono infettarsi o infettare altri”. Prima di condividerli, però, è bene verificare la loro data. Fino alla primavera del 2021, infatti, la prudenza era d’obbligo, ma negli ultimi mesi parecchie, solide prove hanno fatto luce.

Oggi è molto chiaro che i vaccini riducono in maniera sostanziale il rischio di infettarsi e contagiare altri, anche se non riescono a bloccare al 100% questi contagi.

Come si diceva in apertura, la risposta a questo fondamentale quesito non è quindi un sì o un no, ma un dato di probabilità espresso con percentuali che cambiano in relazione al vaccino, alle popolazioni e soprattutto alle varianti prevalenti in un determinato territorio in un certo momento.

All’inizio del 2021, i primi risultati che arrivavano da Regno Unito, Israele e Stati Uniti erano particolarmente rassicuranti. In questi Paesi, contemporaneamente alle prime fasi delle campagne vaccinali condotte sul personale degli ospedali, si sottoponevano sottogruppi selezionati di persone vaccinate, per lo più operatori sanitari, a tamponi periodici. In questo modo è stato possibile verificare, in categorie molto esposte al rischio di contagio e su cui era agevole effettuare test a cadenza fissa, quale fosse il rischio che rispettivamente vaccinati e non vaccinati si positivizzassero nel corso dell’osservazione.

La misura della protezione all’infezione conferita dalla vaccinazione, dedotta dal confronto tra i due gruppi, in termini di tamponi positivi o contagi secondari, si aggirava intorno al 90%. Anche allora, quindi, altissima, ma non totale. Con un’alta circolazione del virus, ogni evenienza rara in percentuale può raggiungere valori assoluti significativi.

Altri studi, d’altra parte, confermavano la capacità dei vaccini a mRna di ridurre drasticamente il carico virale in caso di infezione da Covid-19, effetto che potrebbe ragionevolmente tradursi in un significativo calo della possibilità di trasmettere il virus dopo la vaccinazione .

La comparsa di nuove varianti che si sono diffuse tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021 ha messo di nuovo in discussione la capacità dei vaccini di fare barriera, soprattutto alla luce delle ondate di contagi che hanno colpito Paesi ad alto tasso di vaccinazione come Israele e Regno Unito.

Nei confronti della variante alfa, prima denominata “inglese”, l’efficacia di due dosi nei confronti dell’infezione, anche asintomatica, era ancora ben conservata.

Nonostante qualche preoccupazione suscitata dai dati di laboratorio, l’immunità conferita dal vaccino sembra reggere bene anche l’impatto della variante delta. La sorveglianza condotta in Inghilterra su un ampio campione di popolazione suggerisce che l’efficacia di un ciclo completo di vaccinazione è poco compromessa dalla circolazione della nuova variante: il ciclo completo garantisce un’efficacia dell’88% con il vaccino di Pfizer e del 67% con quello di AstraZeneca (mentre era rispettivamente del 93,7% e del 74,5% contro la variante alfa). Per entrambi i vaccini, invece, una sola dose serve a poco, con un’efficacia di poco superiore al 30% (contro il 48,7% registrato contro la variante alfa).

Un fattore importante è anche l’età. È stato per esempio segnalato che pazienti più avanti con gli anni tendono ad avere meno anticorpi neutralizzanti e una risposta ancora più scarsa nei confronti della variante gamma (P.1), in precedenza identificata come “brasiliana”.

La possibilità da parte delle nuove varianti di eludere i vaccini, e in particolare quello di Pfizer, sembra particolarmente preoccupante per gli ultraottantenni, la cui risposta immunitaria sembra meno forte e persistente, e potrebbe richiedere un ulteriore richiamo per fronteggiare le nuove ondate della pandemia.

Questo potrebbe spiegare anche il dato in controtendenza proveniente da Israele, dove la variante delta sembra aver determinato un importante calo di efficacia dell’immunità indotta dal vaccino di Pfizer, l’unico usato in quel Paese. Secondo il governo israeliano, la vaccinazione infatti oggi sembra in grado di ridurre di meno del 40% il rischio di infezione, pur mantenendo un’alta protezione, intorno al 90%, per il rischio di forme gravi di Covid e ricovero ospedaliero.

La maggior parte dei casi si riscontra tra gli anziani, vaccinati nelle primissime fasi della campagna, nei quali quindi la protezione potrebbe ormai essersi attenuata.

Anche di questo aspetto occorre tenere conto nel giudicare la possibilità di infezione e contagio da parte di un soggetto vaccinato: non sappiamo ancora per quanto duri la protezione, e quali fattori possano determinare questa durata.

Per tutte queste ragioni, con l’arrivo della variante delta, i Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta, negli Stati Uniti, hanno raccomandato anche ai vaccinati di ricominciare a usare le mascherine nei luoghi pubblici al chiuso, almeno nelle aree dove la circolazione del virus è significativa o intensa.

In Italia questo provvedimento è ancora valido e, alla luce delle nuove varianti di Covid, “potrebbe essere prudente mantenerlo”.

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