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Vaccini Covid e protezione, cosa succede dopo 6 mesi

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vaccini

Se la strategia italiana per contenere la quarta ondata di Covid-19 è basata su vaccini e green pass, e lo stesso ministro della Salute Roberto Speranza non perde occasione per ribadire l’importanza della terza dose, Londra anticipa i tempi.

Il governo permetterà infatti di ricevere la dose booster a cinque mesi – e non a sei – dalla conclusione del ciclo di vaccinazione. Come scrive il ‘Guardian’, si punta in questo modo a ridurre la pressione sul servizio sanitario e sugli ospedali in inverno. Non è chiaro se la nuova direttiva si applicherà solo all’Inghilterra o se verrà estesa a tutto il Regno Unito. In ogni caso, per milioni di persone la terza dose è destinata ad arrivare in anticipo. Oltremanica, dove i nuovi casi ieri hanno superato quota 36.500 (ma ricoveri e decessi appaiono in frenata), sono state già somministrate 12 milioni di terze dosi.

Ma allora cosa sappiamo sulla durata della protezione? “L’efficacia del vaccino si abbassa dopo i sei mesi ed è quindi importante effettuare la terza dose booster”, ha sottolineato il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro. Ma cosa succede dopo sei mesi? E questo intervallo di tempo vale per tutti i vaccini?

Uno studio sierologico condotto in Gran Bretagna su circa 9.000 persone vaccinate sia con Pfizer/BioNTech che con AstraZeneca ha evidenziato che, nelle persone vaccinate con AstraZeneca, il livello di anticorpi anti-Spike scende sotto il livello ritenuto adeguato per proteggere contro l’infezione in media dopo poco più di tre mesi dalla seconda dose, mentre tra i vaccinati con Pfizer/BioNTech il livello degli anticorpi rimane sopra la soglia per più di otto mesi.

Ma in che modo si è identificata la fine dell’effetto scudo? I ricercatori dell’University College di Londra, mettendo in correlazione le infezioni verificatesi dopo la vaccinazione con l’andamento del valore degli anticorpi, hanno fissato una soglia al di sotto della quale il rischio di infezione era considerato maggiore. Questa soglia è stata superata in media dopo 96 giorni dalla seconda dose dai vaccinati con Vaxzevria, e dopo 257 giorni dai vaccinati con Comirnaty.

Per quanto riguarda il vaccino Janssen (J&J), non abbiamo dati di uno studio specifico. Ma dal follow-up di venti volontari che avevano partecipato alla fase 1 della sperimentazione sarebbe emersa a distanza di otto mesi una consistente risposta immunitaria umorale e cellulare. In ogni caso, dati alla mano, in Italia i vaccinati con J&J sono chiamati a fare il booster a sei mesi dalla prima dose.

Mentre una ricerca condotta dall’Erasmus Center di Rotterdam conferma che, sempre in chi è stato vaccinato con Johnson & Johnson, la somministrazione di un richiamo genera un significativo potenziamento della risposta immunitaria umorale e cellulare. Curiosamente questo accade soprattutto se il richiamo è stato effettuato col vaccino Moderna.

Insomma, se guardiamo ai dati e a quello che sta accadendo nel resto d’Europa, appare chiara l’importanza della terza dose. Anche per evitare lo spettro di nuove chiusure a Natale e l’eventuale impatto sull’economia.

Secondo Walter Ricciardi, consulente del ministero della Salute, non ci sarà un nuovo lockdown. Come ha spiegato al ‘Messaggero’, per chiarire agli italiani la necessità della terza dose, va detto che “a 180 giorni dalla seconda dose sei sì protetto dalle conseguenze gravi della malattia, ma molto meno dall’ infezione“. Con la variante Delta, infatti, “questa pandemia è cambiata: una persona infetta ne contagia in media altre sette. Per fermarla dovremmo raggiungere la vaccinazione della quasi totalità della popolazione”. Ecco perché la terza dose potrà rivelarsi un potente antidoto al Natale in giallo.

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