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Il genoma e l’eruzione del Vesuvio a Pompei

Pompei resti
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Uno studio, primo nel suo genere, pubblicato da “Scientific Reports” è stato in grado di leggere il Dna di uno degli abitanti di Pompei, vissuto ai tempi dell’eruzione del 79 d.C., più di 2000 anni fa.

“Fino a oggi si erano analizzati soltanto frammenti del Dna mitocondriale, il codice contenuto in particolari organelli presenti nelle cellule, prelevato dai resti umani e animali, ritrovati a Pompei – sottolinea a Fortune Italia lo scienziato italiano partenopeo attivo negli Usa Antonio Giordano, fondatore e direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine della Temple University di Filadelfia e professore di Patologia all’università di Siena – Il coordinatore dell’importante ricerca, Gabriele Scorrano, dell’Università danese di Copenaghen e di Roma Tor Vergata, ha evidenziato che il Dna estratto, sebbene degradato, ha consentito all’equipe di ricercatori di attribuirlo ad un uomo di circa 35 anni, raggiunto dalla lava mentre si trovava nella casa del fabbro, in compagnia di una donna sui 50 anni, della quale, però, non è stato possibile compiere un’analisi genetica”.

“L’integrita’ del materiale genetico dei loro corpi si è preservata in parte grazie alla cenere vulcanica che li aveva ricoperti, all’assenza di ossigeno e all’assenza di contatto con elevate temperature”, ha aggiunto Giordano.

Ma non è tutto: il genoma ha rivelato altri importanti segreti. Successive analisi hanno infatti mostrato che l’uomo di 35 anni presentava delle lesioni ad una vertebra ed era entrato in contatto con il batterio responsabile della tubercolosi, identificato grazie ad una mappa genetica. “Piu’ in particolare, i ricercatori hanno ipotizzato che l’uomo soffrisse di spondilite tubercolare, detta anche morbo di Pott, una malattia endemica in epoca romana imperiale”, continua Giordano.

In seguito, i ricercatori hanno confrontato la sequenza del Dna dell’uomo di Pompei con le sequenze di 471 individui nati in epoca moderna, evidenziando similitudini con gli individui dell’Italia centrale. Insomma, il genoma ha continuato a rivelare i suoi segreti. “In particolare, sono stati identificati gruppi di geni trovati esclusivamente negli abitanti della Sardegna, il che ha consentito di determinare la probabile provenienza” dell’uomo di Pompei.

Allo studio, che apre notevoli sviluppi per la genetica, ha collaborato la ricercatrice Serena Viva dell’Università del Salento di Lecce, l’Università della California di Irvine e l’Università brasiliana federale di Minas Gerais, a Belo Horizonte.

“Nel prossimo futuro, probabilmente, conosceremo i segreti delle malattie dell’epoca. Sicuramente, questo studio fornisce dati molto preziosi, che ampliano le informazioni biologiche, paleontologiche e genetiche in nostro possesso” su un’epoca straordinaria, conclude Giordano.

La capacità di leggere i segreti del genoma potrà offrirci uno sguardo diverso sul passato, e chissà che questo non ci aiuti a ricomporre le tessere di puzzle ritenuti, finora, impossibili da completare.

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