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Ecco quanto correre per smaltire una merendina, le nuove etichette Pace

etichette alimentari
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Mentre nel mondo si continua a dibattere su come strutturare etichette alimentari realmente informative per il pubblico, dal Congresso mondiale sull’obesità che si terrà a Melbourne (Australia) dal 18 al 22 ottobre, arriva una preview relativa a una proposta inglese. L’idea è quella di aggiungere nelle etichette, oltre al contenuto di grassi, carboidrati, proteine, sale e contenuto calorico, anche il Pace (Physical Activity Calorie Equivalent), ovvero l’indicazione di quante ore di attività fisica sono necessarie a smaltire le calorie di quella merendina o di quel pacchetto di grissini.

L’idea nasce da uno studio di Amanda Daley, professoressa di Scienze Comportamentali dell’Università di Loughborough (GB), che ha evidenziato come il ‘monito’ delle ore di cyclette o di jogging, sia molto più convincente del ‘semaforo’ nelle etichette, e che il Pace sia di più immediata comprensione anche per gli anziani.

Un’altra ricaduta auspicabile inoltre sarebbe quella di convincere le persone ad abbandonare il divano, luogo deputato al consumo del junk food, per andare magari a farsi una bella passeggiata, più consapevoli del numero di calorie ingurgitate e dello sforzo necessario per bruciarle.

“Le etichette nutrizionali – commenta Daley – nascono con l’intento di guidare le persone verso scelte alimentari migliori e in Gran Bretagna questo è stato tradotto con la grafica intuitiva del semaforo (verde, giallo, rosso a seconda di quanto è raccomandato o meno un alimento). Molte persone infatti non capiscono il significato delle calorie o dei grammi di grasso indicati in etichetta e molto spesso sottostimano il numero di calorie di un prodotto, quando non espressamente indicate in etichetta”.

Il Pace potrebbe insomma aiutare a dare una marcia in più alla comprensione del contenuto di calorie di un alimento, traducendole in quantità di spesa energetica necessaria a dissiparle, dando cioè delle calorie, un equivalente ‘spannometrico’ in minuti di attività fisica necessari per smaltirle. Sull’incarto di una merendina potremmo un giorno trovare l’indicazione: “Necessari 90 minuti di camminata a passo veloce per consumare le mie calorie”. Finora solo alcune app per smartphone hanno incorporato il Pace nelle informazioni nutrizionali per ogni alimento.

Lo studio che sarà presentato a Melbourne è stato condotto su 4.000 partecipanti selezionali nell’ambito dei 14.000 reclutati nell’Ipsos Knowledge Panel inglese. A tutti è stato chiesto di esprimere la loro opinione in merito alle etichette a ‘semaforo’ o al Pace (quale delle due preferissero, quale trovassero più comprensibile, quale attirasse più la loro attenzione e soprattutto quale delle due fosse probabilmente più efficace nell’indurli ad evitare cibi troppo ricchi di calorie).

In generale, la preferenza degli intervistati è andata al ‘semaforo’, anche se la maggior parte ha affermato che il Pace era più comprensibile e attirava più la loro attenzione. A preferire il Pace sono stati soprattutto i più fisicamente attivi e i giovani, rispetto ai sedentari e agli over 65 che hanno espresso la loro preferenza per il ‘semaforo’.

Un’altra indicazione scaturita da questo studio è il suggerimento di mettere il Pace sulle etichette di alimenti del tutto voluttuari (ma non necessari a fornire i nutrienti dei quali l’organismo ha bisogno), come dolciumi e cioccolato, piuttosto che sui cibi di uso quotidiano, come pane, pasta, frutta e verdura.

Il Pace secondo gli intervistati avrebbe insomma la sua ragion d’essere soprattutto sui cibi da fast food, nei menu takeaway, nei supermercati e sulle macchinette distributrici, tutte fonti di cibi e bevande ricchi di calorie. “I risultati del nostro studio, conclude la Daley – suggeriscono che l’etichettatura Pace è un approccio potenzialmente importante nel rafforzare l’attuale etichettatura nutrizionale a semaforo. Sarà poi necessario valutare se l’inserimento in etichetta sia effettivamente in grado di ridurre l’acquisto di cibi e bevande densi di calorie nei bar, nei pub, dalle macchinette distributrici e dai ristoranti”.

Intanto negli Usa

Dall’altra parte dell’Oceano, sempre in tema di ‘label’ alimentari, la Food and Drug Administration (Fda) ha proposto l’aggiornamento dei criteri relativi ai cibi che possono avvalersi dell’aggettivo ‘salutare’ (healthy) sulla confezione. Le regole proposte hanno lo scopo di allineare il claim con le attuali evidenze di scienza della nutrizione, con la versione aggiornata del Nutrition Facts label e con le attuali linee guida dietetiche per gli Americani.

Alla base di tutto, c’è il tentativo di portare gli americani a mangiare meglio, visto che in questo Paese l’80% delle persone non mangia frutta e verdura a sufficienza, ma in compenso consuma troppi zuccheri aggiunti, grassi saturi e sale. La proposta di questa revisione in etichetta arriva sulla scia della Conferenza su Fame, Alimentazione e Salute della Casa Bianca e sulla successiva pubblicazione della strategia nazionale mirata a mettere fine alla fame, a migliorare nutrizione e livello di attività fisica, a ridurre le malattie correlate alla dieta e ad elidere le disparità entro il 2030.

“L’alimentazione – commenta il Segretario del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani statunitense Xavier Becerra – è un punto nodale se si vuole migliorare la salute di una nazione. Gli alimenti salutari possono ridurre il rischio di sviluppare malattie croniche. Ma sono ancora troppe le persone che non sanno cosa sia un cibo ‘salutare’. Questa iniziativa dell’Fda mira proprio a spiegare agli americani come migliorare la propria salute, a mitigare le disparità di salute e a salvare più vite”.

Tra le new entry alla voce ‘cibi salutari’ ci saranno dunque frutta a guscio, semi, pesci ad alto contenuto di grassi (come il salmone), alcuni oli e l’acqua. E per poter esporre sulla confezione il claim ‘salutare’ i prodotti dovranno contenere una quantità significativa di alimenti appartenenti almeno ad uno dei gruppi o sottogruppi (es. frutta, verdura, latticini, ecc), raccomandati dalle linee guida dietetiche.

Dovranno inoltre rispettare i limiti quantitativi per alcuni ingredienti (es. grassi saturi, sodio, zuccheri aggiunti), la cui soglia si basa su una percentuale del valore giornaliero raccomandato per quel nutriente, che varia a seconda dell’alimento o del gruppo nutrizionale.

Oltre a fare empowerment sui consumatori, gli esperti dell’Fda auspicano che questa iniziativa porti l’industria alimentare a riformulare i suoi prodotti, per potersi fregiare dell’etichetta ‘salutare’. E per consentire ai consumatori di individuare più facilmente i cibi salutari, è allo studio un nuovo simbolo da apporre sulle etichette. Il claim ‘healthy’ e il relativo simbolo dovrebbero insomma compensare la ‘distrazione’ dei consumatori nel fare la spesa e consentire loro di individuare ‘al volo’ tra gli scaffali del supermercato i cibi più salutari.

“Le malattie correlate alla dieta – commenta Robert M. Califf, commissario dell’Fda – come quelle cardiovascolari e il diabete di tipo 2, sono le principali cause di morte e disabilità negli Usa e impattano in maniera sproporzionata sulle minoranze etniche e razziali. Questa iniziativa rappresenta un importante passo avanti per affrontare una serie di priorità correlate alla nutrizione come quella di dare ai consumatori gli strumenti per scegliere una dieta più salutare e instaurare precocemente abitudini dietetiche sane. E forse potrebbe anche portare l’industria alimentare a produrre alimenti più salutari”.

Coterella
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