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Tumore al seno, Roma e Napoli protagoniste della ricerca

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La ricerca italiana mette a segno due goal contro il tumore al seno, grazie a due studi coordinati da strutture di eccellenza di Roma e Napoli.

Gli scienziati dell’Università Cattolica campus di Roma, insieme con i colleghi dell’IIGM Foundation, hanno scoperto come il tumore del seno sviluppi una sorta di ‘scudo’, un meccanismo di resistenza alle cure, che porta alla formazione delle pericolosissime staminali tumorali. I ricercatori hanno anche ideato una strategia terapeutica sperimentale per aggirare o prevenire questa resistenza farmacologica e aggredire il cancro.

Dal Pascale di Napoli, invece, arriva un’altra interessante notizia: un farmaco usato per curare l’osteoporosi, abbinato al blocco della produzione degli estrogeni, aumenta significativamente la sopravvivenza libera da malattia in donne in pre-menopausa operate per un tumore al seno.

Lo studio della Cattolica

Il lavoro, pubblicato sulla rivista Nature Immunology, è stato coordinato da Antonella Sistigu e Martina Musella del Dipartimento di Medicina e Chirurgia Traslazionale, nella sezione di Patologia Generale e Patologia clinica diretta da Ruggero De Maria, e da Ilio Vitale della IIGM Foundation – Italian Institute for Genomic Medicine (ente strumentale della Fondazione Compagnia di San Paolo), presso l’Istituto di Candiolo, FPO-Irccs, Candiolo (Torino).

Il team ha identificato un meccanismo con cui il tumore al seno evolve nel corso delle cure, sviluppando una resistenza alle terapie. “Più nello specifico – spiegano Sistigu e Musella – abbiamo dimostrato attraverso varie e nuove strategie sperimentali (analisi precliniche di caratterizzazione fenotipica, funzionale e di espressione genica) che le cellule tumorali inizialmente sensibili alla chemioterapia, prima di morire rilasciano nel microambiente tumorale una serie di fattori chiamati ‘allarmine’ che, appunto, allertano e attivano il sistema immunitario” della paziente.

Paradossalmente alcune di queste allarmine, come gli interferoni di tipo I, possono attivare sulle cellule tumorali ancora vive (sfuggite alla chemio) una riprogrammazione che le converte in cellule staminali del cancro,  micidiale riserva del tumore che continua a proliferare e generare altre cellule malate, responsabili di recidive e metastasi. Le staminali del cancro, ricordano i ricercatori, sono capaci di sfuggire al controllo del sistema immunitario e sono dotate di alto potenziale invasivo e aggressivo.

Gli scienziati italiani hanno scoperto che questo meccanismo si genera attraverso l’attivazione di una proteina chiamata “KDM1B”, capace di controllare e regolare l’espressione genica. Dopo la scoperta su modelli animali di malattia, spiega Ilio Vitale, “abbiamo quindi cercato in 5 diverse coorti di pazienti (di un gruppo avevamo delle biopsie e le abbiamo analizzate, delle altre 4 coorti abbiamo preso i dati disponibili su database pubblici) se la nostra scoperta fosse valida anche nell’uomo, con risultati positivi”. Non solo: in esperimenti di laboratorio gli scienziati hanno visto che l’inibizione di questa proteina ‘chiave’ previene la formazione di staminali tumorali e aumenta l’efficacia della terapia.

“Sulla base di questi risultati – sottolineano i ricercatori – proponiamo una terapia combinata (i chemoterapici e immunoterapici standard insieme al farmaco sperimentale che ferma la proteina KDM1B) per prevenire la formazione e eventualmente bersagliare in maniera efficace questa sottopopolazione di cellule staminali altrimenti resistenti a qualsiasi trattamento”. Questo, dunque, potrebbe essere il prossimo passo della ricerca.

Lo studio del Pascale

Il trial si chiama Hoboe e ha visto la partecipazione di 1.065 pazienti, quasi tutte sotto i 50 anni, seguite presso 16 centri italiani, centri coordinati dalla Struttura Complessa Di Sperimentazioni Cliniche dell’Istituto dei tumori di Napoli, diretta da Franco Perrone. Dopo otto anni l’ultimo aggiornamento di follow up, presentato a Roma al congresso Aiom (Associazione Italiana di Oncologia Medica), ha confermato la superiorità della terapia introdotta dagli oncologi del Pascale: il rischio di recidiva in donne in pre-menopausa e operate per un tumore al seno si riduce significativamente con la combinazione di due farmaci sperimentali (letrozolo e acido zoledronico).

Rispetto all’uso esclusivo del tamoxifene, farmaco per decenni usato esclusivamente per ridurre il rischio della recidiva, dall’ultimo follow up è emerso che anche l’uso del solo Letrozolo è più efficace.

“Il trattamento adiuvante con l’acido zoledronico più la terapia ormonale con letrozolo e il solo uso di letrozolo – spiega Adriano Gravina, responsabile della Struttura semplice Sperimentazioni Cliniche di fase 1 – aumentano significativamente la sopravvivenza libera da malattia rispetto al tamoxifene, finora usato in donne che al momento della diagnosi hanno ancora una normale attività mestruale. La combinazione dei due farmaci o il solo uso del letrozolo producono i risultati migliori in termini di efficacia”.

Adriano Gravina
Adriano Gravina

Questo aggiornamento, se da un lato mette un punto definitivo sulla superiorità degli inibitori degli enzimi che creano gli ormoni nel trattamento adiuvante delle donne affette da carcinoma mammario operato anche in pre-menopausa, apre dall’altro la discussione sulla necessità di introdurre in questa fase del trattamento anche i farmaci che proteggono le ossa, come l’acido zoledronico”.

Si tratta “di una prova ulteriore di come l’Istituto sappia interpretare una posizione di leadership efficiente – commenta il direttore generale del Pascale, Attilio Bianchi – coinvolgendo altre istituzioni regionali e nazionali nella miglior ricerca clinica. Modello che stiamo applicando nel coordinamento della Rete oncologica campana. La dimostrazione di come i ricercatori del Pascale abbiano saputo guardare lontano già molti anni fa, non avendo paura di affrontare sfide molto impegnative sul piano organizzativo”.

E proprio in tema di fare rete contro i tumori, stamattina è stato celebrato il gemellaggio tra il presidio ospedaliero di Sapri e il Pascale, con l’inaugurazione della nuova Unità di skin cancer. Una sinergia che prevede per ora visite in telemedicina grazie a una piattaforma tutta made in Pascale che metterà in contatto in tempo reale i due ospedali. Ma da fine ottobre sono previste anche visite ambulatoriali e primi interventi in day surgery.

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