Fecondazione, cosa ci dicono i 5mila neonati in più dopo la pandemia

fecondazione embrione
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È un bagaglio fatto di speranze, sogni e anche delusioni quello delle coppie che si rivolgono alla scienza in cerca di un figlio. Coppie che in Italia, nell’anno più duro della pandemia, hanno dovuto mettere in molti casi i propri sogni in pausa. Dopo Covid, però, torna a salire il ricorso alla fecondazione assistita (Pma). A dircelo è l’ultima Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 40, relativa al  2021. Un documento con molte luci e qualche ombra, che aiuta a comprendere l’evoluzione e la geografia della fecondazione assistita nel nostro Paese.

I numeri

In un’Italia alle prese con un lungo inverno demografico, ecco la prima buona notizia: nel 2021 si è osservata una ripresa dell’applicazione di tutte le tecniche di Pma, sia di I livello (inseminazione) sia di II e III livello (fecondazione in vitro); con gameti della coppia e con gameti donati. Risultato? Crescono le coppie trattate – da 65.705 a 86.090 – i cicli effettuati – 80.099 a 108.067 – e soprattutto i bambini nati: da 11.305 a 16.625. Pensiamo che nel 2022 nel complesso le nascite in Italia sono state 393.333 nel 2022, ben 6.916 in meno rispetto al 2021 (-1,7%).

“Dopo la pandemia e i prolungati lockdown, periodi in cui le nostre attività si sono dovute interrompere a eccezione di quelle urgenti, le coppie hanno sentito il forte bisogno di tornare a perseguire il sogno di diventare genitori. Lo abbiamo visto con un sensibile aumento delle richieste di prime visite e di trattamenti. Il risultato è che nel 2021 sono nati oltre 5.000 bambini in più rispetto all’anno precedente“, ha sottolineato Alberto Vaiarelli, ginecologo, segretario della Società italiana di Infertilità e Sterilità-Medicina della riproduzione (Sifes-MR) e responsabile medico-scientifico del centro Genera di Roma, commentando la relazione al Parlamento sulla legge 40.

Le criticità

Sfogliando il report,vediamo come resti elevata l’età media delle donne che si sottopongono alle tecniche a fresco con gameti della coppia: 36,8 anni (gli ultimi dati dal Registro europeo riportano un’età media di 35 anni per il 2018). Una sfida in più, anche per gli specialisti.

“Le tecniche di fecondazione assistita – ha detto Alberto Vaiarelli – consentono oggi di far nascere il 4,2% dei bambini in Italia. Con un adeguato supporto anche da parte delle istituzioni pubbliche, attraverso l’implementazione dei Lea su tutto il territorio, campagne di informazione su prevenzione e cura dell’infertilità, si potrebbe fare molto di più per sostenere chi desidera un bambino ma ha problemi nel concepimento, come anche i giovani che devono progettare il loro futuro riproduttivo, consentendo loro di conoscere le regole più semplici per la preservazione della fertilità. Questo – ha sottolineato l’esperto – consentirebbe di dare un contributo importante alla crisi demografica che investe il nostro Paese”. È anche il caso del social freezing (la crioconservazione degli ovociti). Un fenomeno ormai in crescita anche in Italia, pur se con numeri estremamente limitati.

Cambiano le coppie che chiedono aiuto alla scienza

Tornando alla relazione, scopriamo che diminuisce la percentuale di donne sopra i 40 anni che si sottopone alle tecniche di fecondaziona assistita a fresco: dal 35,8% nel 2020 al 34,4% nel 2021. Nella fecondazione in vitro con gameti donati l’età media della donna è maggiore per la donazione di ovociti (41,9 anni) rispetto a quella del seme (34,8 anni). E questo considerato che la principale indicazione per i cicli con ovociti donati rimane l’avanzata età materna: la tecnica è utilizzata soprattutto per l’infertilità fisiologica e non per patologie specifiche.

L’offerta in Italia

I centri fecondazione assistita di II e III livello privati sono in numero superiore a quelli pubblici più privati convenzionati (113 contro 72, +17), ma svolgono meno cicli di trattamento con tecniche di II-III livello che utilizzano gameti della coppia. Se si considera il numero dei cicli solo sui 185 centri che hanno svolto attività nel 2021, il 36,8% dei centri è pubblico ed effettua il 33,9% dei cicli; l’8,6% è privato convenzionato ed effettua il 28,2% dei cicli; il 54,6% è privato ed effettua il 37,9% dei cicli.

In generale, quindi, il 62,1% dei cicli di trattamenti di II e III livello con gameti della coppia si effettua all’interno del Servizio sanitario nazionale (in centri pubblici + privati convenzionati).

Quanto alla geografia dell’offerta, i centri pubblici e privati convenzionati si confermano più presenti nel Nord del Paese. Il report rileva anche che un consistente numero di centri Pma di II e III livello presenti sul territorio nazionale esegue un numero ridotto di procedure nell’arco dell’anno. Solo il 32,6% ha eseguito più di 500 cicli, contro una media europea del 47,3% (European IVF Monitoring, Eim anno 2018). Sarebbe auspicabile invece, come si legge nel Report, che i centri fossero in grado di svolgere volumi di attività congrui in modo da garantire qualità, sicurezza e appropriatezza delle procedure. Ma anche che i tali centri fossero equamente distribuiti su tutto il territorio nazionale.

Meno gemelli

Diminuisce il numero di trasferimenti con più embrioni in utero e di conseguenza diminuiscono i parti gemellari e trigemini, questi ultimi in linea con la media europea nonostante una persistente variabilità fra i centri. In calo anche la percentuale di esiti negativi sulle gravidanze monitorate.

I tavoli tecnici

Per migliorare il percorso di prevenzione e cura dell’infertilità e l’accesso omogeneo ai trattamenti sul territorio sono stati istituiti due tavoli tecnici, uno presso l’Ufficio di Gabinetto del ministro della Salute, per approfondire le tematiche relative alla ricerca e alla formazione nella prevenzione e cura dell’infertilità, l’altro presso la segreteria tecnica del ministro per approfondire le tematiche sugli stili di vita e favorire la fertilità. Una sfida per il Paese, perché aiutare le coppie che desiderano un figlio è fondamentale per alimentare la speranza nel futuro.

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