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Soccorso dal cielo: il drone Made in Italy con defibrillatore salva-vita

Traffico, lavori, sensi unici, corsie preferenziali, Ztl: percorrere pochi chilometri in città può rivelarsi un’impresa. Ma anche nei piccoli centri i tragitti, che sarebbero vicini in linea d’aria, possono richiedere deviazioni o percorsi obbligati. Un problema, quando il tempo può fare la differenza tra la vita e la morte. È il caso dell’arresto cardiaco improvviso, che uccide otto italiani l’ora, 164 al giorno e almeno 60.000 all’anno. Ecco come è nato il progetto sperimentale Seuam (Sanitary Emergency Urban Air Mobility), fortemente voluto da Società italiana sistema 118 (Sis 118), attualmente in fase di test.

Protagonista, uno speciale drone Made in Italy, equipaggiato con un defibrillatore semiautomatico “in grado di volare a una velocità massima di quasi 80 km l’ora, per mettere chiunque in condizione di ricevere una ‘scossa salvavita’ entro 3 minuti dall’insorgenza di un arresto cardiaco”, ci racconta Mario Balzanelli, presidente della Sis 118.

 Gli obiettivi

Lo abbiamo visto anche di recente, con il caso del giovane calciatore morto allo stadio di Campi Bisenzio. “In caso di arresto cardiaco improvviso sostenuto da una aritmia maligna, l’erogazione della scarica elettrica da parte di un defibrillatore può consentire il ripristino della attività spontanea del cuore in oltre il 70-80% dei casi. Ma è difficile pensare di poter mettere un apparecchio di questo tipo ogni 200 metri. C’è poi la questione del corretto utilizzo. Ecco perché siamo convinti che la strategia vincente sia quella di consentire l’utilizzo del defibrillatore esattamente dove serve e nei tempi giusti, fornendo naturalmente le istruzioni necessarie. Insomma, utilizzando l’aerospazio in medicina d’emergenza”, afferma Balzanelli.

 La sperimentazione

Nei primi tre test di volo, effettuati a Taranto e ad Altomonte, “abbiamo dimostrato, in scenari simulati di arresto cardiaco improvviso, che il drone con defibrillatore arriva molto prima dell’ambulanza. Tra l’altro nel secondo test è stato usato il drone Prometheus, messo a disposizione del consorzio aerospaziale campano Caltec, in grado di volare ad una velocità massima di quasi 80 km orari partendo da una distanza di 12 km dall’obiettivo. In questo caso – rileva Balzanelli – l’arrivo del drone ha anticipato di 10 minuti l’ambulanza. Dopodiché il soccorritore occasionale, seguendo le istruzioni fornite dalla Centrale operativa attraverso il telefono in vivavoce (1 minuto circa), ha erogato la scarica elettrica al paziente nove minuti prima rispetto al soccorso prestato dal team su quattro ruote. Consideriamo che, per ogni minuto di anticipo, si guadagna in media il 10% di probabilità di ripristinare la circolazione spontanea. Inoltre se la scarica è preceduta dal massaggio cardiaco ininterrotto, l’anticipo di nove minuti ha assicurato al paziente almeno il 60% di possibilità in più di recupero senza esiti neurologici invalidanti”.

 Le prossime tappe

Il progetto sta entrando nella fase più calda. “Entro luglio dovrebbe essere disponibile il drone superveloce costruito appositamente da Caltec: si chiama Apteron e potrà sfiorare 180 km/h. Inoltre sarà dotato di intelligenza artificiale. Puntiamo ad arrivare, quando possibile, anche sotto il muro dei 3 minuti, per una defibrillazione ultra-rapida che potrà rivoluzionare le prospettive di sopravvivenza di questi pazienti”, sottolinea Balzanelli. Ma c’è di più. “Il trial non si fermerà all’arresto cardiaco improvviso: sono previsti scenari diversi in cui il drone del 118 potrà essere chiamato a trasportare sangue, emoderivati, antidoti per contrastare avvelenamenti e anche organi da trapiantare in emergenza. Insomma, si tratta di un progetto che rivoluzionerà la medicina di emergenza e il soccorso. Ecco perché, dopo la presentazione di tutti i dati della sperimentazione – conclude – occorrerà ripensare anche le normative”. Il drone salvavita sta mostrando di avere le carte in regola per fare la differenza.

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