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Tumore: 6 mln di vite salvate dal 1988 in Europa, il primato italiano

tumore Asco

I progressi nella lotta ai tumori si misurano in oltre 6 milioni di vite salvate dal 1988 ad oggi in Europa e 4 milioni negli Usa nel trentennio 1991-2021. È con questo messaggio di concreta speranza che Francesco Perrone, presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (nella foto al centro fra Massimo Di Maio a sinistra e Saverio Cinieri a destra), inaugura simbolicamente i lavori della sessantesima edizione dell’Asco, il congresso monster (oltre 40 mila partecipanti e 5.000 abstract ricevuti) degli oncologi americani, intitolato quest’anno ai progressi del trattamento contro il tumore, nell’evoluzione da un disarmato conforto umano, alla cura che porta alla guarigione (‘The Art and Science of Cancer Care: From Comfort to Cure’).

Le ragioni di questi successi secondo gli esperti vanno ricercate da un lato nella riduzione del fumo di sigaretta e nell’adozione di stili di vita più sani, dall’altra nelle diagnosi rese più precoci dagli screening e nella disponibilità di terapie sempre più efficaci. Farmaci innovativi che purtroppo arrivano ai pazienti italiani con anche 14 mesi di ritardo rispetto all’approvazione Ema (Agenzia europea dei medicinali). Uno iato temporale che va ridotto subito, per ridurre le morti evitabili.

Ma intanto aumenta il numero delle persone che vive dopo una diagnosi di cancro, ben 23,7 milioni in Europa (12,8 milioni di donne e 10,9 milioni di uomini), il 41% in più dal 2010 al 2020. Un numero che comprende le persone in terapia, quelle sotto sorveglianza per la prevenzione di eventuali recidive e i guariti, che non necessitano di ulteriori cure o controlli. E la palma del Paese con il maggior numero di donne vive dopo la diagnosi, circa 2 milioni, spetta all’Italia; un dato al quale vanno aggiunte le oltre 268 mila vite salvate nel nostro Paese fra il 2007 e il 2019.

“È la dimostrazione dell’eccellente livello del nostro sistema sanitario, che garantisce a tutti le terapie migliori – afferma Francesco Perrone, presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom)”. I numeri dell’Italia sono davvero rilevanti, ma ci sono ampi margini di miglioramento.

“Gli italiani colpiti da un tumore devono attendere ancora 14 mesi per poter essere trattati con terapie innovative già approvate dall’Ema – denuncia il presidente Aiom – Siamo pronti a collaborare con l’Aifa (Agezia italiana del farmaco), per definire nuovi modelli per l’accesso precoce, subito dopo l’ok dell’Ema, da riservare a terapie davvero innovative e con un impatto sulla sopravvivenza e la qualità della vita, quelli che l’Fda americana definisce ‘breakthrough’ e che rappresentano un valore aggiunto rispetto alle alternative terapeutiche disponibili.”

“Nel nostro Paese – prosegue Massimo Di Maio, presidente eletto Aiom – esistono già disposizioni che regolano l’accesso precoce ai farmaci Ema-approved, ma queste vanno integrate con norme che consentano di rendere disponibili le terapie innovative in tempi molto più contenuti di quelli attuali, al massimo entro tre mesi dall’approvazione Ema”.

Le terapie sono fondamentali, ma sono anche altre le ragioni dei progressi registrati nella lotta ai tumori, che risentono molto anche di aspetti organizzativi, dall’istituzione delle reti oncologiche regionali, alla presa in carico multidisciplinare dei pazienti, senza dimenticare la disponibilità di tecnologie innovative come la biopsia liquida.

“Si tratta di un esame del sangue – spiega Di Maio – che consente di analizzare alcune caratteristiche del tumore, come la presenza di mutazioni nel suo Dna. La prima applicazione è stata nel tumore del polmone non a piccole cellule in stadio avanzato per studiare le mutazioni del gene EGFR, fattore predittivo di risposta ad alcune terapie ‘a target’. Le prossime applicazioni cliniche di questi test riguarderanno i tumori del colon retto, della mammella, della prostata e il melanoma in stadio avanzato”.

Ma intanto bisogna spinge sull’acceleratore degli screening, perché la diagnosi precoce è un elemento fondamentale per mirare all’obiettivo della guarigione. “Secondo le stime di uno studio pubblicato su Annals of Oncology – ricorda Saverio Cinieri, presidente di Fondazione Aiom – nel 2024 il tasso di mortalità per tumore del colon retto tra i giovani italiani (25-49 anni) aumenterà dell’1,5% tra gli uomini e del 2,6% tra le donne, rispetto al periodo 2015-2019. Ecco perché, anticipare l’età dello screening a partire dai 45 anni, rispetto agli attuali 50, contribuirebbe a salvare delle vite”.

E si tratta di un fenomeno diffuso anche negli Usa, dove tra gli under 50, quello del colon retto rappresenta ormai la prima causa di morte per tumore negli uomini e la seconda nelle donne. Per rispondere a questa nuova epidemiologia, la Us Preventive Services Task Force ha deciso dunque di anticipare l’età dello screening per cancro del colon retto a 45 anni. “Questo programma di prevenzione – ricorda Cinieri – è in grado di individuare non solo la presenza di un tumore asintomatico, ma anche di polipi (adenomi) che possono trasformarsi in cancro”.

Il cancro ha anche rivolti economici non trascurabili. I costi delle cure sono alti e i numeri delle nuove diagnosi continuano ad aumentare: lo scorso anno sono state 20 milioni nel mondo, 395 mila in Italia (+18.400 in 3 anni) e quest’anno gli Usa potrebbero infrangere la barriera dei 2 milioni dei nuovi casi di tumore.

“Anche per questo – commenta il presidente Perrone – è imperativo rafforzare i programmi di prevenzione primaria e secondaria per ridurre il numero di nuovi casi, aumentare le possibilità di guarigione grazie alla diagnosi precoce e offrire una migliore qualità di vita ai pazienti. Come auspicato anche dallo European Beating Cancer Plan, il Piano Oncologico Europeo”.

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