Sotto il ghiaccio groenlandese: la storia dimenticata di Camp Century e la nuova battaglia per l’Artico

groenlandia camp century

Mentre nel maggio 2026 l’Artico si trasforma sotto i nostri occhi, con rotte marittime che si aprono, basi militari che si moltiplicano e il Presidente Trump che parla apertamente di acquisto della Groenlandia, una vecchia ombra americana riemerge letteralmente dal fondo della calotta polare. Si chiama Camp Century, una città sotto il ghiaccio costruita nel 1959 dall’US Army a 240 chilometri dalla base aerea di Thule (oggi Pituffik Space Base). La cosa interessante è che non si trattava di una stazione di ricerca come raccontavano i comunicati ufficiali. Era il prototipo visibile di Project Iceworm, uno dei piani più audaci (e folli) della Guerra Fredda. L’obiettivo era trasformare centinaia di chilometri quadrati di ghiaccio groenlandese in una gigantesca base mobile di missili nucleari.

Tutto inizia nel 1959, in piena paranoia post-Sputnik. L’Artico è la via più breve tra Stati Uniti e Unione Sovietica. L’US Army Corps of Engineers scava nella calotta, a 2.000 metri di quota, una rete di 21 gallerie per quasi tre chilometri di lunghezza. Dentro ci vivono fino a 200 soldati: dormitori, laboratori, una cappella, una sala cinema, docce calde e persino una biblioteca. Il tutto è alimentato da un reattore nucleare portatile PM-2A, il primo del suo genere al mondo. Ufficialmente si studia come sopravvivere al Polo. In realtà si testa la fattibilità di Iceworm: 600 missili balistici intercontinentali su rotaie sotto il ghiaccio, in grado di spostarsi e lanciare oltre il Polo senza essere individuati. Senza dubbio un’arma invulnerabile al primo colpo sovietico, ma diventa un pozzo senza fondo sul lato dei costi.

Per qualche anno funziona. I soldati vivono a -20 gradi fuori e +20 dentro. I tunnel vengono allargati con macchine taglianeve. Si sperimenta persino una ferrovia sotterranea. Ma il ghiaccio non è particolarmente collaborativo. Si muove, si deforma, crolla. I costi lievitano ulteriormente. Nel 1963, il Progetto Iceworm viene cancellato in silenzio. Il reattore viene rimosso nel 1964, il campo abbandonato definitivamente nel 1967. Il resto viene lasciato lì. Parliamo di centinaia di migliaia di litri di diesel, PCB, acque reflue, rifiuti chimici e scorie radioattive a basso livello. Tutto sepolto nella convinzione che la neve perpetua lo avrebbe custodito per sempre.

Oggi quel per sempre è finito. Studi del 2016, aggiornati dalla Nasa nel 2024, mostrano che Camp Century che oggi si trova a più di 30 metri di profondità, si sta avvicinando alla superficie perché la calotta si sta assottigliando. Quella zona potrebbe passare dalla zona di accumulo (dove il ghiaccio cresce) alla zona di ablazione (dove il ghiaccio si perde) e far nascere un problema politico e ambientale. Chi pulisce? Chi paga? Chi ha responsabilità legale? Stati Uniti, Danimarca o il governo autonomo della Groenlandia?

E qui la storia si intreccia con l’attualità rovente del 2026. La Groenlandia non è più solo un’immensa distesa di ghiaccio: è il nuovo fronte della grande partita artica. La Russia costruisce basi e rompighiaccio, la Cina cerca investimenti minerari e scientifici e gli Stati Uniti, oltre alle menzionate mire di Trump, rafforzano la Pituffik Space Base per il controllo missilistico e spaziale. Il dato da sottolineare è che le ambizioni nucleari segrete degli anni Cinquanta, nate per garantire la sicurezza americana, rischiano oggi di inquinare territori sotto sovranità danese e di complicare le relazioni transatlantiche proprio nel momento in cui l’Artico diventa il fronte più caldo del confronto tra grandi potenze. Una lezione brutale per il XXI secolo è che la natura non dimentica. Ciò che l’uomo ha nascosto sotto il ghiaccio per ragioni di sicurezza strategica, il clima lo restituisce sotto forma di crisi ambientale, contenziosi diplomatici e nuove vulnerabilità.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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