Diciamolo. La vita professionale non riserva sempre gioie. Anzi, sono proprio le piccole disavventure, la difficoltà ad entrare nei modelli organizzativi, l’insoddisfazione per quanto si sta facendo, magari perché ci si sente sottovalutati rispetto alle potenzialità o eccessivamente caricati di responsabilità, a creare una percezione non propriamente positiva del proprio lavoro. Ebbene, se vi sentite in queste condizioni, sappiate che il “gruppo” può aiutare. Perché essere apprezzati dai colleghi diventa una sorta di molla per superare eventuali problemi, come la classica risposta emotiva alla percezione di ingiustizia sul posto di lavoro, con l’amarezza che ne deriva.
A segnalare quanto e come l’apprezzamento di chi vive nella scrivania a fianco, o comunque si trova ad interfacciarsi regolarmente con chi lavora (e magari non sente piena soddisfazione, anzi va incontro alla sensazione contraria) è una ricerca apparsa su ‘Work & Stress’, condotta dagli studiosi dell’Università dell’East Anglia (UEA). Secondo lo studio, la negatività che si accumula per l’insoddisfazione lavorativa e la sensazione di ingiustizia subita può essere lenita dal gradimento dei colleghi, con una miglior sopportazione dello stress legato alla professione ed al circolo vizioso che col tempo, oltre a pesare psicologicamente sul soggetto che magari si sente schiacciato da mansioni non proprio ottimali, va ad interferire anche con il suo benessere psicofisico.
Lo studio ha coinvolto ricercatori dell’ateneo britannico, dell’Università di Cipro e dell’Università Aristotele di Salonicco, in Grecia. E, sostanzialmente, giunge ad una conclusione che, sul fronte psicologico, appare quasi lapalissiana: essere riconosciuti sul posto di lavoro aiuta a mitigare il peso emotivo di compiti percepiti come “illegittimi”, considerati inutili o irragionevoli. E alla fine questo concorre ad un miglior benessere dei dipendenti. Il tutto, partendo da un’osservazione semplice ma fondamentale: occorre chiedere ad ognuno secondo i suoi mezzi ed i suoi talenti.
Per la cronaca, lo studio prende il via da informazioni raccolte da 71 dipendenti tramite sondaggi giornalieri per cinque giorni lavorativi. Questi sondaggi hanno aiutato i ricercatori a monitorare i sentimenti di amarezza dei singoli, il grado in cui hanno dovuto impegnarsi in compiti illegittimi, il livello di apprezzamento che hanno percepito da colleghi e supervisori e quanto hanno pensato al lavoro durante il tempo libero. I partecipanti lavoravano in diversi settori industriali, la maggior parte dei quali in contabilità e finanza.
Ciò che emerge è chiaro: occorre cercare di proporre ad ognuno le attività in cui si sente più versato, ma soprattutto bisogna puntare ad un ambiente “positivo”, che veda i colleghi collaborare per il benessere psicofisico dei vicini, contribuendo ad innalzare la loro stima nei confronti del collega stesso. Il tutto, anche per compensare eventuali compiti che possono essere attribuiti non proprio in linea con le competenze del singolo, e quindi con difficoltà di accettazione da parte sua.
Lo sintetizza in una nota dell’Università uno degli autori, George Michaelides, professore di Psicologia del Lavoro presso la Norwich Business School dell’UEA: “I nostri risultati sottolineano come l’assegnazione di compiti irragionevoli possa violare il senso di equità dei dipendenti e danneggiare il loro benessere emotivo. Sottolinea inoltre il ruolo cruciale dei supervisori nel minimizzare tali compiti e dare priorità alle responsabilità principali”.
Cosa può far più “male”? Sicuramente non conviene puntare su compiti che i collaboratori ritengono inutili e privi di rilevanza per il loro ruolo, ad esempio scrivere una relazione che nessuno leggerà, perché minano il loro senso di scopo e il loro valore sul posto di lavoro.
Non solo, anche gli incarichi irragionevoli andrebbero evitati. Ovvero bisogna cercare di non sottoporre il collaboratore a compiti eccedenti il loro ruolo, le loro capacità o responsabilità – come chiedere a un dipendente senior di svolgere il lavoro di un neofita – generando un senso di ingiustizia perché potrebbero violare le aspettative di equità e rispetto sul posto di lavoro.
Come disinnescare l’amarezza sul lavoro
Se queste sono le potenziali “noxae”, le contromisure sono semplici. E passano appunto attraverso l’apprezzamento di chi sta intorno al lavoratore, che viene visto come un importante fattore di protezione dagli effetti dei compiti illegittimi oltre che un motivo di riconoscimento di risultati e qualità da parte di altre persone significative sul lavoro, come supervisori o colleghi. Senza ovviamente esagerare con le attese legate a questa possibile “terapia”.
lo ricorda sempre in una nota l’autrice principale Evie Michailidis, dell’Università di Cipro: “L’importanza dell’apprezzamento per mitigare i sentimenti di amarezza non può essere sopravvalutata”. Ma attenzione: “Senza apprezzamento, i compiti irragionevoli alimentano sentimenti di amarezza che si riversano nella vita privata, rendendo più difficile disconnettersi mentalmente e riprendersi dopo il lavoro” ribadisce l’esperta.
