Estate, voglia di diete: con l’avvicinarsi della bella stagione proliferano su social e stampa tradizionale regimi che promettono risultati rapidi attraverso regole almeno all’apparenza semplici. Obiettivo, perdere qualche chilo, sgonfiarsi e tornare in forma. Anche perché, stando a una recente indagine di AstraRicerche, il 54,5% dei connazionali valuta il proprio peso eccessivo e il 50,2% ha una percezione negativa del proprio stato di forma complessivo.
Così dalla cheto alla low-carb, passando per paleo, intermittente e ormonale, si moltiplicano le proposte di strategie alimentari per perdere peso e ritrovare la forma. Attenzione, però: “L’aspettativa è che con queste diete il cambiamento sia facile, rapido e risolutivo. Ma non sarà così. E la disillusione che segue è spesso più dannosa del punto di partenza”, avverte Giuseppe Magistrale, co-founder e Ceodi Lilac-Centro DCA (disordini del comportamento alimentare), in occasione del World Eating Disorders Action Day che si celebra il 2 giugno.
Tre milioni con disturbi del comportamento alimentare
Ma vediamo qualche numero: oltre 3 milioni di persone in Italia convivono con un disturbo del comportamento alimentare, tra anoressia, bulimia e binge eating disorder. Solo l’anoressia nervosa colpisce circa l’1% della popolazione, con oltre 540mila casi, di cui il 90% donne.
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, l’età di insorgenza di solito è tra i 15 e i 25 anni, ma i casi tra i minori sono in aumento: durante il primo semestre del 2020, le nuove diagnosi di disturbi alimentari sono cresciute del 40% rispetto all’anno precedente. Numeri che evidenziano l’urgenza di un approccio fondato su basi cliniche solide e non condizionato da semplificazioni mediatiche o narrazioni ideologiche. Per questo la Società Italiana di Psichiatria (Sip) invita a riportare l’attenzione sulla complessità dei disturbi alimentari, per troppo tempo ridotti a problemi “culturali” o di mera immagine corporea.
“Negli ultimi anni – osserva Liliana Dell’Osso, psichiatra e presidente Sip – l’attenzione mediatica è cresciuta e si sono moltiplicate le campagne per combattere stereotipi estetici e stimoli sociali negativi. Tuttavia, questo slancio comunicativo ha spesso generato confusione, sovrapponendo concetti diversi – salute e politica, malattia e cultura, natura e ambiente – e trascurando la base clinico-biologica della malattia. Un esempio evidente è il movimento della body positivity, dove la giusta lotta agli stereotipi estetici si è fusa con il principio dell’inclusività, rischiando però di incoraggiare, inconsapevolmente, comportamenti errati o di ostacolare l’accesso alle cure”.
Insomma, è fondamentale trovare un equilibrio tra salute mentale e fisica. “Un peso corporeo eccessivo, ad esempio – spiega la psichiatra – non deve essere motivo di vergogna o esclusione sociale, ma va comunque corretto per prevenire complicanze metaboliche e cardiovascolari, a volte anche gravi”.
Disturbi alimentari, i numeri in Italia e l’effetto dei social
Le trappole
Ma torniamo all’illusione (e disillusione) delle diete di moda. La letteratura descrive questo schema come “sindrome della falsa speranza. La ricerca clinica, poi, mostra da tempo come la dieta – intesa come restrizione strutturata e protratta – è il primo fattore di rischio per lo sviluppo di un disturbo alimentare. Non è l’unico, ma è spesso il punto di partenza, soprattutto in soggetti predisposti o vulnerabili”, avverte Magistrale.
Ma allora perché queste diete sono così diffuse? Secondo Filippo Perotto, co-founder di Lilac-Centro DCA, “offrono una gratificazione immediata, anche se temporanea. I primi giorni producono spesso una perdita di peso visibile, una sensazione di ordine e un senso di padronanza sul corpo. Questa esperienza funziona come un potente rinforzo positivo. Ma quando il peso si stabilizza, la restrizione diventa insostenibile e la vita sociale ne risente, subentra la frustrazione. A questo punto invece di mettere in discussione il metodo, molte persone incolpano se stesse e ripartono con una dieta ancora più restrittiva”.
“Questo ciclo – entusiasmo, euforia, fallimento, colpa, nuova dieta – è ben noto in ambito clinico e può essere la porta d’ingresso a un disturbo alimentare conclamato”, continua Perotto.
Ecco l’analisi degli esperti Lilac-Centro DCA su 5 diete di tendenza
Dieta chetogenica e low-carb
Promesse: perdita di peso rapida, lucidità mentale, controllo metabolico.
Perché funziona (all’inizio): la riduzione drastica dei carboidrati produce una perdita di peso iniziale dovuta alla deplezione del glicogeno e alla conseguente perdita di acqua. Si tratta di un effetto temporaneo e non legato alla combustione di grasso.
Cosa dice la ricerca: studi rigorosi (Hall et al., 2017; Johnston et al., 2014) mostrano che, a parità di introito calorico, non esistono differenze significative nella perdita di grasso tra una dieta low-carb e una dieta mista. Il cosiddetto “modello carboidrati-insulina” dell’obesità è stato confutato.
I rischi psicologici: la rapida perdita di peso iniziale produce un potente rinforzo, che può incentivare la rigidità, l’eliminazione totale dei carboidrati e la sensazione di fallimento quando il peso si stabilizza. In soggetti predisposti, questa traiettoria può degenerare in abbuffate, compensazioni e sintomi da bulimia nervosa o binge eating (Colombarolli et al., 2022).
Digiuno intermittente
Promesse: miglioramento della salute metabolica, regolazione ormonale, maggiore efficienza nel consumo calorico.
Perché attrae: si presenta come un approccio “naturale” e flessibile, spesso associato a biohacking e performance.
Cosa dice la ricerca: uno studio su oltre 2700 adolescenti e giovani adulti (Ganson et al., 2022) ha evidenziato un’associazione significativa tra digiuno intermittente e aumento dei sintomi da disturbo alimentare, in particolare nelle donne e nelle persone gender non-conforming.
I rischi psicologici: la limitazione temporale dell’alimentazione può compromettere la capacità di riconoscere fame e sazietà, aumentare l’ansia verso il momento del pasto e innescare cicli di restrizione e abbuffata.
Dieta paleo e carnivora
Cosa promette: ritorno a un’alimentazione “originaria”, anti-infiammatoria, basata su carne, verdure e frutta secca.
Perché attrae: propone un’ideologia del “naturale” e della purezza evolutiva, spesso connotata da toni performativi o identitari.
Cosa dice la ricerca: l’eliminazione di cereali, legumi, latticini e altri alimenti comuni, se non giustificata da esigenze cliniche, riduce la varietà alimentare e può favorire un atteggiamento ortoressico, ovvero ossessivo verso la “salubrità” del cibo (Nevin & Vartanian, 2017).
I rischi psicologici: la moralizzazione del cibo (buono/puro vs. cattivo/impuro) aumenta la rigidità mentale, il senso di colpa e l’ansia da trasgressione. Può isolare socialmente e rendere difficile il ritorno a un’alimentazione flessibile.
Diete “senza”: glutine, lattosio, zuccheri
Promesse: pancia piatta, energia, riduzione dell’infiammazione.
Perché attrae: si inseriscono in una narrativa di “pulizia” e autocontrollo, sostenuta da influencer, detox marketing e bioetichette.
Cosa dice la ricerca: una dieta gluten-free, se seguita senza diagnosi medica, è associata a un aumento delle preoccupazioni alimentari e a restrizioni compensatorie che sfociano spesso in abbuffate (AIDAP, 2021).
I rischi psicologici: rinunciare a interi gruppi alimentari in assenza di motivi clinici può generare senso di colpa, fobia alimentare e atteggiamenti compulsivi, tipici dei quadri ortoressici.
Diete anti-aging e ‘ormonali’
Promesse: riequilibrio del sistema endocrino, rallentamento dell’invecchiamento, lucidità mentale e miglioramento dell’umore.
Perché attrae: queste diete fanno leva sulla paura di invecchiare e sull’idea di poter “ottimizzare” il corpo attraverso il cibo.
Cosa dice la ricerca: queste diete spesso non hanno basi scientifiche solide. I benefici promessi sono ipotetici, ma i costi psicologici sono reali: aumentano il controllo sul cibo, il perfezionismo alimentare e il rischio di disregolazione emotiva e nutrizionale (Levran et al., 2023).
I rischi psicologici: la continua ricerca di equilibrio e purezza può diventare un’ossessione, compromettendo il benessere psichico e la qualità della vita.

