Le ricerche stimano che 200 milioni di persone negli Stati Uniti consumino acqua del rubinetto contaminata da Pfas, sostanze chimiche eterne note anche come distruttori endocrini. Questa classe di sostanze chimiche comprende oltre 9.000 composti sintetici potenzialmente pericolosi, associati al cancro e all’alterazione del sistema endocrino, e sono diventati onnipresenti, annidandosi ovunque, dalle padelle antiaderenti ai contenitori di plastica per alimenti e persino alla birra.
I Pfas si sono guadagnati il soprannome di sostanze chimiche eterne per la loro resistenza alla degradazione, sia nell’ambiente che nel corpo umano. Con l’esposizione, queste sostanze chimiche si bioaccumulano, portando a concentrazioni più elevate nel nostro corpo, nel suolo e nell’acqua. Sebbene non esistano molti interventi per ridurre i Pfas nell’organismo, un team di scienziati canadesi potrebbe aver scoperto una potenziale soluzione.
Un piccolo studio pubblicato sulla rivista Environmental Health ha rivelato che le persone che assumevano un integratore di fibre presentavano concentrazioni ridotte di specifici tipi di Pfas. Per studiare l’esposizione ai Pfas, i ricercatori hanno utilizzato campioni di siero sanguigno – il fluido presente nel sangue dopo la rimozione delle cellule ematiche e dei fattori della coagulazione – di 72 uomini adulti con colesterolo alto, raccolti tra il 2019 e il 2020 nell’ambito di uno studio clinico che indagava sull’assunzione di fibre alimentari per ridurre il colesterolo nel sangue.
I ricercatori hanno scelto di esaminare i soggetti con colesterolo alto perché è ampiamente dimostrato che l’esposizione ai Pfas può aumentare il colesterolo totale e quello Ldl (colesterolo cattivo). Così hanno scoperto che tutti i partecipanti presentavano almeno sei diversi tipi di Pfas nel sangue.
I partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi: uno tratta con placebo e uno che ha assunto integratori di fibre per quattro settimane sotto forma di una bevanda a base di beta-glucano derivato dall’avena – un tipo di fibra solubile presente in alimenti come avena, orzo e funghi – assunta tre volte al giorno.
Al termine delle quattro settimane, tutti i partecipanti presentavano livelli di Pfas inferiori, ma i ricercatori hanno notato che, in coloro che assumevano l’integratore di fibre, alcuni Pfas specifici si sono ridotti drasticamente dopo l’intervento.
Queste sostanze chimiche (PFOA, PFNA, PFDA, PFUnDA, PFHxS, PFOS e MeFOSSA) sono considerate più persistenti nell’ambiente e nel nostro organismo, il che rende significativo che un intervento a base di fibre possa ridurne le concentrazioni.
In che modo le fibre potrebbero ridurre le sostanze chimiche Pfas?
Diversi studi hanno già stabilito un legame tra il consumo di frutta, verdura e diete ricche di fibre e una riduzione delle concentrazioni di Pfas sia negli adulti che nei bambini. Ma che ruolo svolgono le fibre?
In uno studio recente, i ricercatori mostrano che le fibre alimentari potrebbero ostacolare l’assorbimento o il riassorbimento dei Pfas formando un gel che riveste l’intestino e intrappola sostanze come gli acidi biliari, che hanno una struttura chimica simile a quella dei vari Pfas. Queste fibre gelificanti si trovano comunemente in alimenti come avena e orzo.
L’invito alla cautela dei ricercatori
I ricercatori avvertono che questo studio presenta dei limiti: il campione era piuttosto piccolo e la durata dell’intervento è stata breve, solo quattro settimane. “Molti Pfas a catena lunga hanno un’emivita di circa 2-7 anni, quindi un intervento di un mese potrebbe non essere sufficiente a influenzare significativamente le concentrazioni sieriche di Pfas in caso di esposizione continua”, hanno scritto gli autori.
Inoltre i campioni utilizzati sono stati originariamente raccolti nell’ambito di uno studio volto a osservare le variazioni del colesterolo, non dei Pfas. “Non sono state raccolte informazioni sulle potenziali fonti di esposizione prima o durante lo studio e non è stato effettuato alcun tentativo di controllare le differenze nelle esposizioni continuative tra i gruppi di intervento e di controllo”, hanno spiegato i ricercatori.
Gli autori dello studio hanno anche sottolineato che altri studi dovranno verificare se concentrazioni più elevate dell’integratore di fibre possano portare a maggiori riduzioni dei livelli di Pfas. Ma, nonostante i limiti, gli autori sono fiduciosi: assumere più fibre potrebbe rappresentare un modo pratico e fattibile per ridurre la quantità di sostanze chimiche eterne nel nostro organismo e il conseguente impatto negativo.
L’articolo originale è su Fortune.com
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