Terapie cellulari e geniche, radioligandi, xRna, farmaci di precisione e biofarmaci: Novartis guarda alla salute di domani puntando su piattaforme tecnologiche innovative e creatività. E lo fa mettendo sul piatto oltre 150 milioni di investimenti in Italia entro il 2028. Quaranta milioni sono dedicati alla ricerca italiana, per generare e disseminare evidenze nella pratica clinica, e 1 milione a quella indipendente. L’annuncio arriva da Milano, in occasione dell’evento ‘Sound of Science’.
Solo nel 2024 nel nostro Paese Novartis ha promosso circa 200 studi che hanno coinvolto oltre 2.300 pazienti in oltre 1.000 centri. E ogni anno l’azienda farmaceutica investe circa 55 milioni di euro nella Penisola dove operano i due importanti hub di innovazione di Ivrea in Piemonte e di Torre Annunziata, in Campania.

Quello milanese ‘targato’ Novartis è un appuntamento che coincide con un momento cruciale per il settore: l’Europa e l’Italia si trovano di fronte a una preoccupante perdita di competitività. Basti pensare che negli ultimi 5 anni il Vecchio Continente ha perso il 25% degli investimenti in Ricerca e Sviluppo nel pharma. Altre aree del mondo, invece, non sono rimaste a guardare.
Schiacciata tra Stati Uniti e Cina (per non parlare dell’India) l’Europa della ricerca, dell’innovazione e del pharma rischia di perdere terreno. È troppo tardi per tornare ad essere protagonisti? Fortune Italia ne ha parlato con Valentino Confalone, amministratore delegato di Novartis Italia.
La sensazione è che per la farmaceutica italiana ed europea il momento sia fatidico...
Non c’è tempo da perdere: in questo momento si gioca il futuro della competitività dell’Europa e dell’Italia in un settore, quello delle Scienze della vita, che ha un ruolo chiave non solo per la crescita, ma soprattutto per la salute dei cittadini. Il nostro lavoro è quello di migliorare e prolungare la vita delle persone, ma possiamo farlo solo in un contesto che sostiene l’innovazione e ne facilita l’accesso. Questo deve essere il tempo del coraggio, per realizzare con urgenza interventi normativi e politiche industriali mirati ad attrarre investimenti in questo settore.
Le soluzioni esistono, a partire dalla definizione in Europa di nuovi target di investimento sui farmaci innovativi, con livelli per i vari Paesi definiti in percentuale sul Pil pro-capite, che riflettano e riconoscano il valore dei nuovi medicinali e l’importanza strategica del settore biofarmaceutico. Occorre poi rimuovere le barriere che ritardano l’accesso all’innovazione. Aspettare oltre 14 mesi per aver accesso a nuovi farmaci o indicazioni limita la salute dei cittadini e non rende il Paese attrattivo.
Per ultimo occorre superare gli ostacoli che limitano la crescita del settore e non riconoscono il valore dell’innovazione. Il nostro Paese deve agire con urgenza per superare la gestione “a silos” della spesa farmaceutica e i suoi meccanismi distorti di finanziamento, primo fra tutti il payback, che per alcune aziende ha superato il 16% del fatturato. Serve una transizione verso un nuovo modello incentrato sui percorsi di cura, sull’utilizzo intensivo e qualitativo dei dati e sul valore degli esiti.
Quali sono, a suo parere, i punti di forza dell’Europa e dell’Italia?
La qualità della ricerca europea viene riconosciuta in tutto il mondo, in particolare all’Italia. Ne è la dimostrazione l’aumento delle domande di brevetto farmaceutico, cresciute del 35% negli ultimi cinque anni rispetto al più 23% dei Big Ue. Inoltre, questo è un Paese che favorisce l’accesso all’innovazione: secondo l’ultimo report WAIT di Efpia l’Italia si classifica al secondo posto per tasso di accessibilità.
Eppure questa eccellenza sta retrocedendo a causa di ostacoli che allontanano l’innovazione dai pazienti. Siamo 18° in Europa per investimenti in studi clinici. Con tempi troppo lunghi prima che le nuove terapie siano rese disponibili: più di 14 mesi per l’approvazione di rimborsabilità a livello nazionale, a cui si aggiungono i tempi regionali, che arrivano a massimo 10 mesi.
Paesi come Stati Uniti e Cina stanno attuando azioni decise per velocizzare l’accesso all’innovazione per un numero sempre maggiore di pazienti. In Europa di contro viviamo un preoccupante sottofinanziamento della spesa sanitaria, che risponde a logiche di costo anziché di investimento. È evidente l’urgenza di intervenire, per introdurre nuovi modelli per l’accesso all’innovazione.
L’attuale atteggiamento degli Stati Uniti e la crisi dei dazi potrebbe rappresentare l’opportunità per un cambio di passo?
Il contesto geopolitico è in rapida evoluzione e ci mette di fronte all’urgenza di superare uno status quo che non risponde più alle sfide competitive del Paese e ai suoi bisogni di salute. L’annuncio di dazi nei vari settori va letto su due piani distinti, ma complementari.
Da un lato, le tariffe annunciate da Washington restano un fattore di rischio per l’economia globale: romperebbero catene di fornitura ormai profondamente integrate e colpirebbero in modo asimmetrico un’Europa che già fatica a competere sull’attrattività degli investimenti e attrazione dei talenti.
Dall’altro lato, gli Stati Uniti hanno attuato azioni decise per velocizzare l’accesso all’innovazione, con interventi normativi e politiche di prezzo che hanno riconosciuto l’innovazione, e quindi la capacità di attirare capitali privati e pubblici, grazie a mercati finanziari profondi e regolazioni chiare; di premiare l’assunzione di rischio imprenditoriale, e di trasformare rapidamente la ricerca scientifica in applicazioni industriali, sostenendo la proprietà intellettuale con un quadro normativo stabile.
Di contro, in Europa viviamo un preoccupante sottofinanziamento della spesa sanitaria, che risponde a logiche di costo anziché di investimento. Le attuali politiche di austerità e riduzione dei prezzi stanno colpendo la competitività dell’Europa a un ritmo sempre più incalzante e oggi è evidente l’urgenza di intervenire per introdurre nuovi modelli e approcci sostenibili per l’accesso all’innovazione. Proprio la reazione americana alla crisi – e cioè la scelta di continuare a investire massicciamente in innovazione, tecnologia e sviluppo industriale – offre un modello da cui trarre ispirazione per un cambio di paradigma.
Qual è a suo parere il messaggio più interessante che emerge dall’analisi delle convinzioni dei giovani italiani realizzate nella nuova indagine promossa da Novartis Italia?
L’indagine “Scienza e salute: la voce dei giovani” ha messo in evidenza un paradosso. Da un lato gli italiani under 40 riconoscono il grande contributo dato dalla ricerca medico-scientifica alla gestione di malattie complesse: quasi 7 su 10 si aspettano che nei prossimi 5 anni la scienza renderà trattabili malattie oggi incurabili.
Tuttavia, nei giovani manca la consapevolezza sul rischio che l’Italia e l’Europa stanno correndo, in termini di perdita di capacità di attrarre la ricerca e sulle possibili conseguenze che questa perdita avrebbe sull’accesso dei pazienti a cure di qualità. Solo poco più di 4 intervistati su 10 ritengono che il rallentamento della ricerca clinica in Italia sia un rischio. Inoltre per 7 giovani su 10, nei prossimi 5 anni la salute degli italiani peggiorerà a causa del difficoltoso accesso alla prevenzione e alle cure, con tempi di attesa più lunghi e maggiori costi.
Credo che questi dati richiedano un’attenta valutazione, perché un Paese in grado di accogliere e favorire l’innovazione si realizza innanzitutto a partire da un’evoluzione culturale, che permei le scuole, le università e che coinvolga tutti gli attori del sistema salute.
Come Ad di Novartis Italia cosa direbbe ai ragazzi che pensano a un futuro nel pharma? E alle istituzioni alle prese con la sfida dell’innovazione?
Alle giovani generazioni di professionisti il mio invito è quello di allargare il più possibile il campo delle loro competenze e della loro formazione. L’evoluzione tecnologica sta cambiando i meccanismi e i processi dell’innovazione, dalla ricerca preclinica lungo tutto il percorso di presa in carico del paziente. Una nuova cultura del dato e una profonda comprensione dei bisogni dei pazienti sono elementi fondamentali, insieme a una visione comune e nuovi modelli di collaborazione che contribuiscano all’evoluzione dell’intero sistema salute.
Questo è il mio messaggio non solo ai giovani, ma anche alle istituzioni, perché solo dalla messa in comune di competenze e prospettive possono scaturire i cambiamenti, urgenti e necessari, per affrontare le sfide attuali e quelle di domani.
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