Non più solo Lazio e Campania: per l’ormai noto West Nile Virus in Italia sono settimane calde. E i numeri di questa malattia un tempo tropicale crescono (come ormai accade da qualche anno) proprio nel mese di agosto.
Intanto su ‘Lancet Regional Health’ i nostri ‘tre moschettieri dell’epidemiologia’ collegano il fenomeno con il cambiamento climatico. E invitano a prendere provvedimenti contro il vettore. Ma vediamo prima meglio gli ultimi dati dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss).
West Nile Virus Italia: 126 casi neuro-invasivi e 19 morti
I contagi continuano a crescere. Siamo a quota 275 (erano 173 nel precedente bollettino), con 19 decessi. Tra i casi confermati 126 sono segnalati nella forma neuro-invasiva – 6 in Piemonte, 7 in Lombardia, 5 in Veneto, 1 in Friuli-Venezia Giulia, 4 in Emilia-Romagna, 47 nel Lazio, 50 in Campania, 1 in Basilicata, 3 in Calabria, 2 in Sardegna – poi ci sono 20 asintomatici identificati in donatori di sangue, 125 casi di febbre, 2 casi asintomatici e 2 casi sintomatici. Quanto ai morti, uno si è verificato in Piemonte, 1 in Lombardia, 8 nel Lazio, 8 in Campania e 1 Calabria.
“La diffusione dei casi, che finora ha maggiormente riguardato il Lazio e la Campania, si sta espandendo nelle aree endemiche delle Regioni del nord Italia in cui ogni anno registriamo casi nell’uomo”, spiegano gli esperti del dipartimento di Malattie Infettive dell’Iss. Niente di nuovo, dunque. Ma davvero non potevamo impedirlo?
Il picco è vicino?
Il virus del Nilo Occidentale – complici le zanzare vettore – circola ormai in 15 Regioni (contro 12 del precedente bollettino): Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna. “Normalmente il picco dei casi di West Nile nell’uomo si raggiunge nel mese di agosto, come evidenziato dai dati degli anni precedenti – avvertono dall’Iss – anche se è difficile prevedere esattamente l’andamento del numero dei contagi, che può dipendere da numerosi fattori anche di tipo ambientale e climatico”. E veniamo, appunto, al fattore clima.
Il cambiamento climatico e il West Nile Virus
Questo patogeno trasmesso dalle zanzare della famiglia Flaviviridae è ormai uno degli arbovirus più significativi in Europa. Dall‘epidemia del 1996, il WNV si è diffuso in tutto il continente a causa di fattori ambientali, climatici e antropici come l’urbanizzazione, i cambiamenti nell’uso del suolo e l’aumento delle temperature estive.
“L’Italia è un caso di studio chiave, con un aumento dei casi umani e della diffusione geografica, soprattutto al Nord, a dimostrazione della complessa interazione di questi fattori”, spiegano Francesco Branda (Campus Bio-Medico di Roma), Massimo Ciccozzi (Campus Bio-Medico di Roma) e Fabio Scarpa (Università di Sassari) nel loro studio.
Il punto, secondo gli scienziati, è uno solo: “Nonostante gli avvertimenti degli esperti e le linee guida sanitarie, la preparazione rimane inadeguata. I programmi di controllo dei vettori, essenziali per prevenire la proliferazione delle zanzare, vengono spesso ritardati o trascurati”. Lo stesso cambiamento climatico, che dovrebbe fungere da allarme precoce, viene spesso sottostimato, “con il risultato di prolungare le stagioni di trasmissione”.
Insomma, finora “la risposta al virus è stata reattiva, priva di innovazione come il controllo biologico o strategie ecosostenibili”. Così il West Nile Virus è diventato un esempio paradigmatico “dell’incapacità di trasformare le esperienze passate in azioni a lungo termine. L’assenza di una strategia coordinata basata sul monitoraggio continuo e sull’intervento ecologico desta preoccupazione. La gestione locale rimane frammentata, spesso ricorrendo a misure a breve termine come i pesticidi chimici, che danneggiano gli ecosistemi e la biodiversità”, sottolineano i ricercatori.
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Alternative sostenibili, come i predatori naturali delle zanzare o le tecniche di sterilizzazione, sono ancora sottoutilizzate.
Come contrastare il virus
E allora? “Poiché la trasmissione avviene solo attraverso zanzare infette, non tramite contatto umano diretto, le strategie di controllo devono concentrarsi sulla riduzione delle popolazioni vettrici – raccomandano gli autori – in modo da proteggere la salute pubblica e l’ambiente. Ciò include il monitoraggio continuo di zanzare, uccelli e animali per individuare i focolai di trasmissione e consentire interventi mirati”.
Gli esperti hanno le idee chiare. “Il trattamento delle acque stagnanti, un importante luogo di riproduzione delle zanzare, è fondamentale. Metodi innovativi, come l’introduzione di predatori naturali o l’impiego di zanzare sterilizzate, dovrebbero essere ampliati. L’educazione pubblica è altrettanto fondamentale: sensibilizzare l’opinione pubblica sull’uso di repellenti, zanzariere e riduzione dell’esposizione durante le stagioni di punta” sono passaggi fondamentali.
Insomma, il clima cambia e noi dobbiamo adattarci. Anche nella risposta a questo problema che non sarà una tantum. “Quanto dovremo ancora aspettare prima che la gestione del virus del Nilo occidentale venga considerata una priorità strategica per la salute pubblica?”, si chiedono i tre ricercatori?


