Adolescenti, fragilità e tecnologie: “Il grosso problema non è ChatGPT o gli strumenti di intelligenza artificiale (AI), ma la sostituzione dell’umano. Avendo a portata di mano determinati strumenti tecnologici avanzati, pensiamo che possano sostituire il medico o lo psicologo. E questo è molto pericoloso, in particolare quando si parla di giovanissimi e salute mentale“.
Parola di Antonella Elena Rossi, criminologa e psicologa, che analizza con Fortune Italia una serie di criticità emerse dopo la denuncia della vicenda di Adam Raine, morto suicida a 16 anni dopo mesi di fitte conversazioni con ChatGPT.
“Pensate se questo ragazzo si fosse rivolto a uno psicologo: si poteva salvare. Qui non è tanto la questione dell’accesso a determinate tecnologie, ma dell’uso che se ne fa. Nella fragilità avere facilmente a disposizione fonti di informazioni sul suicidio è molto pericoloso: non tutti hanno la lucidità in determinati momenti della vita di fermarsi in tempo”, avverte Rossi.
Formare a un uso consapevole dell’AI
Servono regole, divieti o meccanismi di sicurezza? Per la psicologa è più una questione di formazione e consapevolezza. “Le macchine funzionano con algoritmi e dobbiamo ricordare che dietro le risposte che ci danno non ci sono persone; il pericolo è quello di confondersi e scambiare l’AI per un amico. Dobbiamo insegnare alle giovani generazioni a distinguere tra macchine e specialisti in carne e ossa, che hanno cuore, empatia ed etica. Le leggi non bastano, dobbiamo essere consapevoli che siamo di fronte ad algoritmi. Questo è un limite pericoloso da superare”.
Per Rossi alla fin fine è un po’ come “andare al supermercato e trovare in vendita una pistola sul bancone”. È troppo facile che qualcuno si faccia male.
Salute mentale: l’AI non è una terapia
D’altra parte c’è la difficoltà di accesso agli operatori della salute mentale. Sempre disponibile e falcimente accessibile, dobbiamo ricordare che l’AI “non è una terapia, anche se alcuni la usano come tale”, ammonisce la specialista. Le sue risposte possono essere superficiali o imprecise, ma anche insidiose.
“Il pericolo, nei casi di crisi come quello di Adam, è la mancanza di barriere di sicurezza. Sono convinta che andrebbe insegnato l’uso di ChatGPT e in generale dell’AI, e che bisognerebbe dare ai ragazzi strumenti di educazione digitale e di consapevolezza emotiva nelle scuole, anche con il supposto di insegnanti, psicologi ed educatori. Ma serve anche un grande controllo parentale, perché le implicazioni sociali dell’avvento di questi strumenti sono ampie e importanti”. E le insidie, lo abbiamo visto, non sono poche.
Adolescenti e suicidio, la storia di Adam e le ombre dell’AI


