Basterebbe poco. Accettarsi e, soprattutto, sapersi perdonare. Ma per alcune persone è tremendamente difficile. Anche se sanno che un cenno di comprensione verso loro stesse potrebbe aiutarle ad arrivare al perdono.
La strategia dall’autoperdono, neologismo non certo corretto ma sicuramente semplice da comprendere, potrebbe essere alla base del miglioramento del benessere psicologico per tante persone.
Ma non sempre si riesce ad applicare, come dimostra una ricerca condotta dal team di Lydia Woodyatt dell’Università Flinders, pubblicata su Self and Identity.
Lo studio ha preso in esame le esperienze di vita reale di persone che si sentono bloccate per il senso di colpa o per la vergogna dopo un loro precedente errore, esplorando le motivazioni che spingono (a volte) a faticare a perdonare se stessi. Il tutto, va detto, con una metodologia scientifica inappuntabile. Si sono infatti confrontati percorsi di chi alla fine è riuscito a darsi pace perdonandosi, con chi invece ha riferito di non esserci mai riuscito.
Cosa accade in questo secondo caso. Sostanzialmente l’evento che crea disagio e sensazioni negative rimane a lungo fresco nella mente, viene rivissuto, diventa fonte di emozioni intense che portano a senso di colpa, rimpianto, vergogna e autoaccusa.
Con la conseguenza che, per chi si trova in questo percorso psicologico accidentato, perdonarsi diventa ben più difficile che lasciar andare. “Le persone che si sono perdonate hanno continuato a pensare agli eventi di tanto in tanto e a volte hanno provato vergogna o senso di colpa, soprattutto se si trovavano in una situazione che li ricordava – spiega in una nota Woodyatt – La differenza era che le emozioni erano molto meno intense e frequenti e l’evento non controllava più la loro vita“.
Non solo. Chi ha superato le proprie sensazioni negative, in una sorta di amnistia psicologica che non cancella ma lascia comunque tranquilli, ha fatto uno sforzo importante per accettare i propri limiti e pianificare il futuro, con un benessere interiore certamente migliore.
Chi abbiamo deluso?
Tra le variabili che rendono più difficile il perdono, sicuramente contano molto le persone che si pensa di aver deluso. Chi sente di aver deluso qualcuno a cui teneva – come un figlio, un partner o un amico – o magari è stato vittima di grandi delusioni, ha maggiori difficoltà a perdonarsi.
Perdono cosa lo rende più difficile
E magari ci si trova a non perdonarsi senza che nemmeno ci sia qualcosa di veramente sbagliato a spiegarlo. “A volte l’autocondanna, il senso di colpa e la vergogna emergono quando ci viene fatto un torto, o in situazioni in cui proviamo un forte senso di responsabilità, anche se non c’è modo di controllare l’esito – segnala Woodyatt – Le emozioni sono un indizio di ciò che il cervello deve risolvere per superare l’autocondanna. Le emozioni sono il dolore che indica la sede della possibile lesione, se vogliamo. Nel caso di vergogna, colpa e autocondanna, si tratta del nostro cervello che aiuta a elaborare il danno morale, ovvero le minacce fondamentali a bisogni psicologici come l’agire (come il senso di scelta, controllo e autonomia) e il nostro bisogno di appartenenza (come essere un membro appropriato di un gruppo o un partner in una relazione) e a vivere secondo quei valori condivisi”.
Ultimo passaggio rivelato dallo studio. Non pensate di perdonarvi di colpo. Occorre metabolizzare per giungere alla conclusione. Quindi ci vogliono tempo, riflessione e spesso il supporto degli altri. In questo senso, chi si occupa di salute mentale dovrebbe tenere presenti tutte queste variabili, specie se si trovano con persone che affrontano sensi di colpa e vergogna. E le parole pesano. Eccome.
Tanto che il consiglio di chi ha condotto la ricerca è di ricordare che non bisognerebbe dire “non vergognarti per questo, non è colpa tua”. Piuttosto occorre scavare per capire come nascono vergogna e senso di colpa, per svelare quei bisogni psicologici sottostanti che possono consentire di passare dal danno morale alla riparazione morale, restituendo autonomia e identità morale e psicologica per il futuro. Grazie all’autoperdono.

