I numeri sono impietosi: inflazione, costi energetici e un costante (e annoso) de-finanziamento hanno eroso la sanità pubblica. Così solo nel 2024 sono stati ben 41,3 i miliardi di euro di visite ed esami a carico delle famiglie. Risultato? Un italiano su 10 rinuncia alle cure.
Per gli esperti di Fondazione Gimbe quella del Servizio sanitario nazionale è una lenta agonia, che sta erodendo il diritto alla salute. E il futuro non fa ben sperare.
“Le drammatiche conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: aumento delle disuguaglianze, famiglie schiacciate da spese insostenibili, cittadini costretti a rinunciare a prestazioni sanitarie, personale sempre più demotivato che abbandona la sanità pubblica. È la lenta agonia di un bene comune che rischia di trasformarsi in un privilegio per pochi”, scandisce il presidente Nino Cartabellotta, alla presentazione dell’8° Rapporto sul Ssn.
Spesa sanitaria: il peso sulle famiglie e le rinunce alle cure
Facciamo qualche conto: la spesa sanitaria per il 2024 ammonta a 185,12 miliardi, 137,46 miliardi di spesa pubblica (74,3%) e 47,66 di spesa privata di cui 41,3 miliardi (22,3%) pagati direttamente dalle famiglie (out of pocket) e 6,36 miliardi (3,4%) da fondi sanitari e assicurazioni.
Complessivamente l’86,7% della spesa privata grava direttamente sui cittadini, mentre solo il 13,3% è intermediata. Un macigno. “La spesa delle famiglie – spiega Cartabellotta – viene arginata da fenomeni che riducono l’equità dell’accesso e peggiorano le condizioni di salute: limitazione delle spese per la salute, indisponibilità economica temporanea e, soprattutto, rinuncia alle prestazioni sanitarie“. Un fenomeno esploso nel 2024 quando ha coinvolto 1 italiano su 10 (oltre 5,8 milioni di persone), ossia il 9,9% della popolazione, con marcate differenze regionali e picchi in Sardegna, Abruzzo, Umbria e Lazio.

E il quadro, come anticipavamo, è destinato a peggiorare, complice l’aumento della povertà assoluta che nel 2023 ha colpito 2,2 milioni di famiglie (8,4%). Milioni di persone saranno “costrette a pagare la sanità di tasca propria o, se indigenti, a rinunciare alle prestazioni. E soprattutto senza più la sicurezza di poter contare su una sanità pubblica che garantisca certezze”, prevede con amarezza Cartabellotta.
Questione di finanziamenti
Dopo aver fatto i conti in tasca ai cittadini, torniamo al Ssn che, decisamente, non se la passa bene: basti pensare che nel triennio 2023-2025 il Fondo sanitario è cresciuto di 11,1 miliardi, “ma le risorse sono state erose dall’inflazione – che nel 2023 ha toccato il 5,7% – e dall’aumento dei costi energetici”, si legge nel rapporto.
Inoltre la percentuale del Fsn sul Pil al 31 dicembre 2024 è scesa dal 6,3% del 2022 al 6% del 2023, per attestarsi al 6,1% nel 2024-2025. “Se è certo che nel triennio 2023-2025 il Fondo è aumentato di 11,1 miliardi, è altrettanto vero che con il taglio alla percentuale di Pil la sanità ha lasciato per strada 13,1 miliardi”.
Dal punto di vista previsionale, il Documento Programmatico di Finanza Pubblica 2025 del 2 ottobre 2025 stima un rapporto spesa sanitaria/PIL stabile al 6,4% per gli anni 2025, 2027 e 2028, con un leggero aumento al 6,5% nel 2026, legato alla lieve revisione al ribasso delle stime di crescita economica.
Tuttavia, la Legge di Bilancio 2025 racconta un’altra storia: la quota di Pil destinata alla sanità scenderà dal 6,1% del 2025-2026 al 5,9% nel 2027 e al 5,8% nel 2028. “Senza un deciso rifinanziamento a partire dalla Legge di Bilancio 2026 – avverte Cartabellotta – questo divario tra stima di spesa e risorse allocate costringerà le Regioni a scelte dolorose: ridurre i servizi o aumentare la pressione fiscale”.
Lea, viaggi in cerca di cure e longevità
Solo 13 Regioni rispettano i Livelli Essenziali di Assistenza (Lea), da garantire a tutti i cittadini gratuitamente o previo pagamento di un ticket. Al Sud si salvano soltanto Puglia, Campania e Sardegna.
Intanto la mobilità sanitaria nel 2022 vale oltre 5 miliardi: Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto raccolgono il 94,1% del saldo attivo, mentre il 78,8% del saldo passivo si concentra in 5 Regioni del Sud (Abruzzo, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia) e nel Lazio, che registrano un saldo negativo oltre 100 milioni.
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Non è un caso, allora, che l’aspettativa di vita in tutte le Regioni del Mezzogiorno sia pari o inferiore alla media nazionale. Le stime Istat per il 2024 indicano una media nazionale di 83,4 anni con nette differenze regionali: dagli 84,7 anni della Provincia autonoma di Trento agli 81,7 della Campania: ben 3 anni di differenza.

Nelle Regioni del Sud “i cittadini vivono una sanità peggiore, devono spendere per curarsi altrove e pagano imposte regionali più alte”, sintetizza il presidente di Gimbe.
La sanità privata cresce
Così, chi può si rivolge al privato. Tra il 2016 e il 2023 la spesa delle famiglie presso queste strutture è aumentata del 137%, passando da 3,05 a 7,23 miliardi. Nello stesso periodo la spesa out of pocket nel privato accreditato è cresciuta “solo” del 45%, con un divario che si è ridotto da 2,2 miliardi nel 2016 a 390 milioni nel 2023. “Un binario parallelo e indipendente dal pubblico, riservato solo a chi può permetterselo”, aggiunge Cartabellotta.
Medici in fuga dal Ssn e infermieri che non ci sono
Quanto al personale della sanità, nel 2023 i medici dipendenti sono 109.024, pari a 1,85 per 1.000 abitanti, e quelli convenzionati 57.880. Ma secondo i dati Ocse, che includono tutti i medici in attività compresi gli specializzandi, il nostro Paese conta 315.720 medici, ovvero 5,4 ogni 1.000 abitanti. Siamo secondi dopo l’Austria. “Non c’è affatto carenza di medici, ma una fuga continua dal Ssn con carenze selettive in specialità ritenute poco attrattive e nella medicina generale”, afferma Cartabellotta.
A mancare, piuttosto, sono gli infermieri: 6,5 ogni 1.000 abitanti rispetto alla media Ocsedi 9,5. A peggiorare lo scenario si aggiunge il crollo dell’attrattività per la professione: per l’anno accademico 2025/2026 il rapporto tra domande presentate e posti disponibili al Corso di Laurea in Infermieristica è crollato a 0,92.
Sul fronte della medicina territoriale, al 1° gennaio 2024 si stima una carenza di 5.575 medici di medicina generale e di 502 pediatri di libera scelta, che rende spesso difficile trovare un professionista vicino al proprio domicilio.
Rilanciare la sanità pubblica
Nato nel 1978, il Ssn ormai scricchiola. Il suo futuro “si gioca su una scelta politica netta: considerare la salute un investimento strategico del Paese o continuare a trattarla come un costo da comprimere”, conclude Cartabellotta, sottolineando la necessità di “rafforzare e innovare quel modello basato su princìpi di universalità, uguaglianza ed equità, al fine di garantire il diritto costituzionale alla tutela della salute a tutte le persone”.
Serve però un nuovo patto che unisca istituzioni, Governo, operatori e cittadini, per tutelare davvero la sanità pubblica. Uno ‘strumento’ unico al mondo ma anche sempre più essenziale, in un’Italia che invecchia. Un baluardo per la salute che sta cambiando dall’interno anche per mancanza di finanziamenti e sul quale si addensano ombre pesanti.

