Potrebbe celarsi nel mesencefalo la ‘chiave’ per fermare la corsa dell’Alzheimer grazie alla medicina di precisione. A suggerirlo è uno studio italiano pubblicato su ‘Molecular Neurodegeneration’.
Un danno in quest’area – detta anche ‘cervello medio’ – sarebbe all’origine della perdita di dopamina e serotonina, che si associa all’attivazione dei processi infiammatori che scatenano l’iperfosforilazione della proteina tau, accelerando l’accumulo di placche amiloidi e facendo peggiorare i sintomi della malattia che ruba i ricordi.
Se la ‘serratura’ è in un’area cervello, la chiave sarebbe ancora una volta la dopamina, un neurotrasmettitore con una funzione cruciale nel piacere e nella ricompensa, ben noto per il suo ruolo nella malattia di Parkinson.
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I numeri dell’Alzheimer
Facciamo un passo indietro. Secondo l’Osservatorio delle demenze, coordinato dall’Istituto superiore di sanità, sono circa 1,2 milioni le persone che soffrono di demenza, e di queste il 60% soffre di Alzheimer, circa 600mila anziani. Più dell’80% dell’assistenza quotidiana ricade su familiari e caregiver.
Ebbene, i ricercatori hanno osservato, in modelli sperimentali, che regolando i livelli di dopamina o di serotonina è possibile ridurre in maniera significativa la neuroinfiammazione e l’iperfosforilazione della proteina tau. Una scoperta che apre la strada a applicazioni di medicina di precisione per rallentare la progressione dell’Alzheimer.
I centri coinvolti
A suggerirlo è lo studio italiano coordinato da Marcello D’Amelio, ordinario di Fisiologia all’Università Campus Bio-Medico di Roma e direttore del Laboratorio di Neuroscienze Molecolari del Santa Lucia Irccs di Roma, che ha coinvolto strutture di eccellenza come l’Università Cattolica del Sacro Cuore, la Fondazione Policlinico Gemelli, il Dipartimento di Ricerca Traslazionale dell’Università di Pisa e l’Irccs Neuromed di Pozzilli.
Il lavoro, spiega D’Amelio, “si aggiunge ai precedenti risultati ottenuti dalla nostra équipe e contribuisce ad interpretare il ruolo della degenerazione dell’area tegmentale ventrale e di altre aree del mesencefalo nell’Alzheimer. Chiarendo perché, nei pazienti che presentano una riduzione del volume di questa importante area cerebrale, si osservi una progressione più rapida dall’invecchiamento fisiologico al decadimento cognitivo. Ripristinare l’equilibrio dei sistemi dopaminergico e serotoninergico – aggiunge lo scienziato – potrebbe quindi rappresentare un nuovo approccio terapeutico per contribuire a rallentare l’evoluzione della malattia”.
Le prospettive della ricerca nella lotta all’Alzeimer
Non solo Alzheimer: i risultati di questa ricerca aprono infatti interessanti prospettive contro altre malattie neurodegenerative, come diverse forme di demenza e Parkinson.
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