Non si tratta di cambiare una definizione scientifica. Ma, certo, quando si parla di BPCO o broncopneumopatia cronica ostruttiva, provare ad infrangere la tendenza alla progressione e all’aggravamento della patologia appare un obiettivo importante. Almeno quando possibile.
A far pensare a mantenere sotto controllo, e quindi stabilizzare, quella che rappresenta la cronicità per eccellenza delle vie respiratorie sono gli studi scientifici. E allora, forse, può cambiare almeno temporaneamente e in alcuni casi il percorso della patologia.
Obiettivo: stabilità della BPCO
Insomma: la BPCO si può stabilizzare, per diversi mesi, grazie ad un approccio terapeutico appropriato ed efficace. È l’obiettivo terapeutico possibile grazie alla cosiddetta “COPD Stability”, ovvero mantenere nel tempo una condizione di stabilità clinica che consenta di “rallentare” anche per mesi il danno delle vie respiratorie.
Questo obiettivo si traduce in un azzeramento delle riacutizzazioni con conseguente controllo del peggioramento della qualità di vita e dei sintomi. Esistono già evidenze che mostrano come grazie alla triplice terapia, si possa arrivare addirittura ad un anno di “stabilizzazione” della patologia in oltre un malato su quattro.
Lo dicono i dati post hoc derivanti dagli studi IMPACT e FULFIL, presentati pochi mesi fa al Congresso dell’ATS (American Thoracic Society) negli Stati Uniti.
“Oggi la stabilizzazione della malattia nelle persone con BPCO può rappresentare un obiettivo terapeutico realistico – spiega Fulvio Braido, direttore della Clinica Malattie Respiratorie e Allergologia all’Ospedale Policlinico Irccs San Martino di Genova – È un indice composito i cui elementi sono l’assenza di riacutizzazione in un anno di osservazione, il miglioramento persistente dello stato di salute, la stabilizzazione della funzione polmonare (FEV1). Gli studi dicono che è un obbiettivo raggiungibile e che la triplice terapia porta a stabilità una maggior percentuale di pazienti rispetto alle associazioni di due farmaci”.
Per definire la stabilità della BPCO, è importante considerare tre aspetti fondamentali: la funzione polmonare, il rischio di riacutizzazioni e lo stato generale di salute del paziente. La funzione polmonare si misura attraverso un test spirometrico che valuta la capacità di respirare (ad esempio il FEV1, che indica il volume d’aria espirato in un secondo). Lo stato di salute e la qualità della vita, invece, vengono analizzati con strumenti validati, come questionari che indagano l’impatto della malattia sui sintomi e sulle attività quotidiane (ad esempio CAT o SGRQ). Questi parametri sono fondamentali per monitorare i progressi e personalizzare il trattamento.
La scienza ci dice quindi che siamo di fronte ad un nuovo paradigma che punta a dare una prospettiva diversa a una malattia tradizionalmente percepita come inevitabilmente ingravescente. “Oggi abbiamo la possibilità di fissare obiettivi concreti e misurabili, come il mantenimento della funzione polmonare, l’assenza di riacutizzazioni e un buono stato di salute riferito dal paziente, e di monitorarli nel tempo per orientare scelte terapeutiche più efficaci – segnala Braido – Per i pazienti, significa vivere meglio e più a lungo, riducendo le ospedalizzazioni, affrontando con maggiore serenità le attività quotidiane e beneficiando di percorsi terapeutici più lineari. Insomma: parlare di stabilità nella BPCO significa offrire ai pazienti una prospettiva nuova e positiva che consenta di guardare al futuro con più fiducia”.
L’importante, in ogni caso, è creare una prospettiva che sul fronte epidemiologico si può rivelare basilare per il singolo ed il sistema sanitario.
Secondo un recente articolo apparso su The Lancet Respiratory Medicine, stando ai dati aggiornati al 2021, la BPCO colpisce oltre 213 milioni di persone nel mondo, cifra basata sui casi diagnosticati e confermati. Tuttavia, stime epidemiologiche più ampie, riferite dalla International Respiratory Coalition, che includono anche i casi non diagnosticati, indicano che il numero reale possa superare le 300 milioni di persone, corrispondenti a una prevalenza globale dell’11,7%.
In Italia, i dati confermano un aumento delle patologie respiratorie croniche. Sono quadri troppo spesso diagnosticati tardivamente, con i sintomi iniziali – tosse persistente, affanno, infezioni ricorrenti – che restano sottovalutati. Un errore da evitare.


