L’emorragia di culle in Italia proprio non si riesce a frenare: gli ultimi dati Istat su natalità e fecondità nel nostro Paese sono francamente scoraggianti. Nel 2024 le nascite sono state appena 369.944, in calo del 2,6% sull’anno precedente (una contrazione di quasi 10mila unità). E non va meglio nel 2025: in base ai dati provvisori – relativi a gennaio-luglio – la stima è di 13mila bebè in meno rispetto allo stesso periodo del 2024 (-6,3%). Ma che cosa sta succedendo?
Come ci aveva spiegato Daniele Vignoli, professore ordinario di Demografia all’Università di Firenze, “nel 1984 siamo scesi per la prima volta sotto 1,5 figli per donna e così è stato fino ad oggi. Nel 2024 l’Italia ha compiuto 40 anni di bassa fecondità e dunque al momento il problema non è tanto dove sono i figli, ma che fine hanno fatto i genitori”.
L’andamento decrescente delle nascite, segnala comunque il rapporto Istat, prosegue senza soste dal 2008, anno nel quale si è registrato il numero massimo di nati degli anni Duemila (oltre 576mila). Da allora la perdita in termini di natalità è stata di quasi 207mila (-35,8%).
Natalità e fecondità: il minimo storico
Sempre nel 2024 il numero medio di figli per donna raggiunge il minimo storico: 1,18. E la stima provvisoria relativa ai primi 7 mesi del 2025 evidenzia una fecondità pari a 1,13.
Se mancano anche i genitori…
Anche dall’Istituto di statistica puntano il dito, oltre alla bassa propensione ad avere figli, anche contro la “riduzione nel numero dei potenziali genitori, appartenenti alle sempre più esigue generazioni nate a partire dalla metà degli anni Settanta, quando la fecondità cominciò a diminuire, scendendo da oltre 2 figli in media per donna al valore di 1,19 del 1995″.
Così i primogeniti nel 2024 sono 181.487, in calo del 2,7% rispetto al 2023. I secondi figli (133.869) diminuiscono del 2,9% mentre quelli di ordine successivo dell’1,5%. La diminuzione dei primi figli riguarda tutte le aree del Paese, con una riduzione minore nel Centro-Nord (-1,8% per il Nord, -2,0% per Centro) e un calo più intenso nel Mezzogiorno (-4,3%). Anche la diminuzione dei figli successivi al primo interessa maggiormente il Mezzogiorno: -4,3% contro -1,7 del Centro e -1,4% del Nord (-2,5% la media Italia).
Una curiosità: il picco del nuovo millennio, pari a 1,44 figli per donna, si era registrato nel lontano 2010. Nel frattempo si riduce anche il contributo delle mamme straniere: nel 2024 il numero medio di figli risulta di 1,79, più elevato delle donne italiane, ma in calo rispetto ai fasti del 2010 (questo era di 2,31).
Insomma, non si trovano più aspiranti genitori, che inziano a scarseggiare anche tra gli immigrati.
Mamme sempre più tardi, l’impatto sulla natalità
Il fatto è che la scelta di un figlio si sposta sempre più avanti: nel 2024 l’età media al parto delle madri era di 32,6 anni, in lieve rialzo sull’anno precedente (32,5), ma in crescita di quasi tre anni rispetto al 1995.
Limitando l’analisi ai soli primogeniti, le donne in Italia diventano madri per la prima volta a quasi 32 anni (31,9): pensiamo che nel 1995 questo accadeva a 28,1 anni.
“Persistono le difficoltà tanto ad avere il primo figlio, quanto a passare dal primo al secondo”, segnala l’Istat. Secondo gli esperti “i fattori che contribuiscono alla contrazione della natalità sono molteplici: l’allungarsi dei tempi di formazione, le condizioni di precarietà del lavoro giovanile e la difficoltà di accedere al mercato delle abitazioni, che tendono a posticipare l’uscita dal nucleo familiare di origine, a cui si può affiancare la scelta di rinunciare alla genitorialità o di posticiparla”.
La geografia delle culle sparite
Interessante la mappa delle culle sparite disegnata nel rapporto. Secondo i dati provvisori riferiti al periodo gennaio-luglio 2025, le aree nelle quali si osserva la diminuzione maggiore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente sono il Centro (-7,8%) e il Mezzogiorno (-7,2%); segue il Nord (-5,0%).
A livello regionale invece il calo più intenso è in Abruzzo (-10,2%) e Sardegna (-10,1%). Ma non va molto meglio in Umbria (-9,6%), Lazio (-9,4%) e Calabria (-8,4%). Diminuzioni meno intense in Basilicata (-0,9%), Marche e Lombardia (rispettivamente -1,6% e -3,9%).
In controtendenza, almeno secondo i dati provvisori, la Valle d’Aosta (+5,5%) e le Province autonome di Bolzano (+1,9%) e di Trento (+0,6%).
Natalità tra culle vuote e bilanci fragili. Parla Alessandro Rosina


