Francesco Giorgino (Easd): “Il diabete va affrontato in modo olistico”

Francesco Giorgino (Easd) diabete

Tempo di innovazione per la diabetologia italiana arrivata sul tetto del mondo. Priorità e sfide per il nuovo presidente Easd e un focus sulle sfide per gli esperti di diabete.

Un italiano sul tetto della diabetologia internazionale. Francesco Giorgino, ordinario di Endocrinologia presso l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, è il nuovo presidente dell’European Association for the Study of Diabetes (Easd) per il triennio 2026-2028.

Pugliese, una carriera costruita tra l’Italia e gli Stati Uniti, dopo la laurea in Medicina a Bari e la specializzazione in Endocrinologia a Catania, ha completato il dottorato di ricerca alla Federico II di Napoli e, dal 1990 al 1994, ha svolto un periodo di formazione e ricerca al Joslin Diabetes Center e alla Harvard Medical School di Boston. Dal 2002 guida la cattedra di Endocrinologia a Bari.

Componente del Consiglio Superiore di Sanità, è autore di circa 400 pubblicazioni scientifiche. “Il diabete – sottolinea lo specialista – è una malattia complessa. E va affrontata in modo olistico: chi assiste una persona con questa patologia deve essere in grado di prendersi cura, eventualmente con il contributo di specialisti ad hoc, di tutte le comorbidità che purtroppo il diabete può produrre”.

Professore, qual è lo stato di salute della diabetologia italiana?

Molti ricercatori hanno avuto esperienze di formazione di altissimo livello in Europa e negli Stati Uniti, portando quanto hanno appreso nel nostro Paese, a vantaggio della competitività della ricerca diabetologica italiana, considerata tradizionalmente tra le migliori a livello mondiale.

Se guardiamo al contributo dell’Italia all’ultimo Congresso Easd, vedremo che siamo nelle prime cinque posizioni per numero di contributi scientifici, a testimonianza della qualità della ricerca e dei talenti del nostro Paese. Certo, c’è da fare uno sforzo di modernizzazione, perché non basta più la singola mente brillante per fare la differenza. Occorre mettere in rete le forze e fare sistema, sfruttando al meglio le competenze e le professionalità.

E per quanto riguarda l’assistenza? Lei ha parlato di un modello italiano…

L’esperienza italiana della diabetologia clinica rappresenta un modello pressoché unico di affrontare una patologia complessa, assicurando competenze dedicate coordinate dal diabetologo, penso all’oculista, al cardiologo, all’infermiere con una preparazione specifica. Professionalità che si sono arricchite nel tempo di ulteriori elementi, dalla tecnologia agli aspetti nutrizionali, alla protezione del danno d’organo.

Grazie a tutto questo, la qualità dell’assistenza per i pazienti con diabete in Italia è fra le migliori a livello internazionale, come conferma l’analisi di parametri come l’emoglobina glicata (una proteina che si forma quando il glucosio nel sangue si lega all’emoglobina contenuta nei globuli rossi.

Il suo esame indica l’andamento del controllo del diabete e aiuta nel monitoraggio della malattia, ndr): i livelli medi nel nostro Paese sono fra i migliori al mondo, soprattutto grazie alla presenza dei Centri diabetologici all’interno del Servizio sanitario nazionale. Un valore di cui dobbiamo far tesoro anche a livello europeo.

Allora quali sono le sue priorità per l’Easd?

Oggi è la società di riferimento per la diabetologia di livello internazionale: i membri sono circa 4.000, ma il congresso annuale attira 13-14.000 partecipanti da Medio Oriente, Asia, Stati Uniti, America Latina oltre che dall’Europa. Numeri due o tre volte maggiori di quelli della società americana (Ada), con 6.000 partecipanti.

Il mio primo impegno da presidente sarà quello di rendere l’Easd ancor più punto di riferimento per i diabetologi di tutto il mondo e per le associazioni delle persone con diabete. Abbiamo creato il Global Council, formato da esperti internazionali, proprio a questo scopo.

Il diabete continua ad essere un grande problema a livello planetario, per questo dobbiamo valorizzare la ricerca scientifica dedicata alla diagnosi e alla cura di questa malattia nelle sue manifestazioni più varie. Tra le sfide aperte, c’è quella rappresentata da forme specifiche e dai sottotipi di questa patologia complessa, ma anche quella di arrivare alla cura definitiva del diabete.

Vorrei però che si comprendesse un concetto importante: il diabete va affrontato in maniera olistica. La gestione della persona con diabete è anche la gestione di tutte le comorbidità legate a questa patologia.

Passi avanti nella terapia del diabete ne sono stati fatti, ma a suo parere quali sono i più promettenti?

Nel diabete di tipo 1 la ricerca sta avanzando velocemente: stiamo toccando con mano soluzioni terapeutiche per la sostituzione delle beta cellule distrutte. Penso alla medicina rigenerativa e alle cellule staminali in grado di differenziarsi ad hoc in cellule capaci di produrre insulina.

Inoltre, si stanno mettendo a punto terapie immunologiche per ostacolare l’evoluzione del diabete di tipo 1: siamo nella fase in cui la progressione della malattia potrebbe essere ‘rallentata’ anche nei soggetti che stanno per sviluppare questa forma di diabete.

Quanto al tipo 2, abbiamo farmaci eccezionalmente efficaci, che controllano meglio la glicemia e lo fanno in modo sicuro, ma hanno anche importanti effetti positivi sul controllo del peso e dal punto di vista cardiovascolare e renale. Quello che ancora manca è una terapia che possa curare la beta-cellula (cellula del pancreas che produce e secerne insulina, ndr) malata, ‘rigenerandola’. In questo modo riusciremmo a far regredire il processo che danneggia questa preziosa cellula che produce insulina e a ripristinare una normale glicemia.

Professore, una curiosità: quando era bambino che lavoro avrebbe voluto fare da grande?

Ho fatto il liceo classico e mi ero appassionato alla filologia e alla glottologia, l’origine delle lingue. Poi ho pensato che questa passione mi avrebbe portato a un lavoro lontano dalla società e dalle persone, così ho cercato qualcosa di diverso. Mio padre era medico e ho pensato che Medicina fosse la risposta.

Probabilmente respirare in famiglia questa realtà mi ha aiutato al momento della scelta. Poi mi sono iscritto al corso di laurea e, studiando, mi sono appassionato al ragionamento logico: lo stesso che mi aveva avvicinato allo studio del greco e delle lingue antiche.

 Consiglierebbe a un giovane di scegliere una carriera in Medicina?

Assolutamente sì: si tratta di una scelta che apre a diverse possibilità. Si può lavorare sul campo, curando le persone e salvando vite umane. E questo è motivo di grande soddisfazione. Ma si può anche utilizzare il proprio talento per la ricerca scientifica, tenendo conto del fatto che il settore è sempre in evoluzione e che l’asticella si sposta sempre in avanti, insieme alla complessità degli strumenti che abbiamo a disposizione. Insomma, forse il mio sarà un bias, ma credo che questo sia un settore unico.

Pensando al progresso, come valuta l’impatto dell’intelligenza artificiale in medicina?

Credo che l’AI sia davvero una svolta, ma può anche essere un’arma a doppio taglio. Come ha detto qualcuno, occorre intelligenza per usare al meglio l’intelligenza artificiale, comprendendone non solo la portata, ma anche i limiti.

Il medico non può ricordare sempre tutti farmaci e i dosaggi e gli algoritmi di diagnosi e cura: avere uno strumento che lo supporti, può fare la differenza. Iniziano a comparire studi che mostrano come l’utilizzo dell’AI per la diagnosi e la cura può assicurare esiti migliori. Ma, lo ripeto, occorre saper gestire questo strumento, senza esserne sopraffatti.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2025 (numero 9, anno 8)

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