Carenza medici: a mancare sono quelli del Ssn, il report

medici

Quando si parla di carenza dei medici, è bene fare chiarezza. “Il problema italiano non è rappresentato dalla mancanza di medici in termini assoluti, ma dal loro progressivo abbandono del Servizio sanitario nazionale e da carenze selettive, perché sempre meno giovani scelgono la medicina generale e alcune specialità cruciali, ma poco attrattive”. A sottolinearlo è il presidente di Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta, commentando l’analisi realizzata dopo la “caporetto dei test di Medicina”.

Quanti (e quali) medici mancano in Italia

Secondo i dati OCSE aggiornati al 5 dicembre 2025 e riferiti a tutti i medici attivi in Italia dalla laurea al pensionamento, nel 2023 si contavano 315.720 operatori nel nostro Paese, pari a 5,4 ogni 1.000 abitanti. Un valore superiore sia alla media OCSE (3,9) sia a quella dei Paesi europei (4,1).

I laureati in Medicina e Chirurgia nel 2023 sono stati 16,6 per 100.000 abitanti, valore superiore alla media OCSE (14,3) e poco al di sopra della media dei Paesi europei (16,3).

Le cose cambiano quando si guardano i ‘camici bianchi’ che lavorano per il Ssn. Per i medici di famiglia, sulla base dei dati SISAC, al 1° gennaio 2024 la Fondazione stima una carenza di 5.575 unità.

Per gli specialisti la carenza può essere stimata solo analizzando i tassi di accettazione dei contratti di formazione specialistica. Nel concorso 2025-2026, a fronte di 14.493 contratti, ne sono stati assegnati 12.248 (85%), ma con tassi bassi o molto bassi in aree cruciali per il funzionamento del Ssn: medicina d’emergenza-urgenza, chirurgia generale, medicina di comunità e delle cure primarie, radioterapia e tutte le specialità di laboratorio.

“La soluzione per fronteggiare queste carenze selettive non può certo essere quella di aumentare gli iscritti alle Facoltà di Medicina. Servono invece azioni mirate e interventi straordinari per restituire attrattività alla medicina generale e alle specialità disertate dai giovani medici”, scandisce Cartabellotta.

Tra pensioni e nuovi ingressi

Vediamo ancora qualche dato: tra il 2026 e il 2038 andranno in pensione oltre 39 mila medici dipendenti e tra il 2026 e il 2035 più di 20 mila convenzionati (fonte Agenas), pari a una riduzione media di circa 5.000 unità l’anno. Un numero ampiamente compensato dall’offerta formativa esistente. “La cosiddetta “gobba pensionistica”, dopo aver raggiunto il picco nel triennio 2023-2025, era destinata a ridursi progressivamente negli anni successivi. Per questo motivo l’aumento massiccio dei posti a Medicina non risponde a un reale fabbisogno strutturale”, insiste Cartabellotta.

Gli effetti della riforma

E c’è di più: i nuovi medici formati con l’attuale riforma entreranno nel mercato del lavoro non prima di 9-11 anni. Questo significa che “il forte incremento degli accessi rischia di produrre, nel medio-lungo periodo, un numero di laureati superiore alle reali capacità di assorbimento del Ssn”.  L’ipotesi oggi sul tavolo è l’adozione di una graduatoria nazionale che includa tutti i candidati fino all’esaurimento dei posti disponibili, demandando ai singoli atenei il recupero dei debiti formativi.

“Una sanatoria  che certifica il fallimento della riforma Bernini, dall’ambiziosa pretesa di una selezione basata sul merito all’inevitabile compromesso del 6 politico. Con tempi talmente compressi da costringere a chiudere un occhio, se non entrambi, sul reale livello di preparazione degli studenti”, prosegue il presidente Gimbe. Secondo il quale la riforma resta un cantiere aperto, alla ricerca di un equilibrio tra programmazione del fabbisogno di medici e una selezione meritocratica, equa e trasparente.

Tra le priorità segnalate a questo punto da Gimbe: garantire supporto economico e logistico agli studenti del semestre filtro; rivedere tempi e modalità delle prove, affiancando ai quiz strumenti in grado di valutare le attitudini alla professione medica; rafforzare sicurezza e uniformità delle selezioni. Evitando un muro contro muro.

Anche perché “in Italia ci sono tanti medici, che però fuggono dalla sanità pubblica. E la medicina generale e varie specialità cruciali per il sistema sono disertate perché poco attrattive. È evidente che senza interventi mirati la riforma rischia di utilizzare risorse pubbliche per formare una nuova pletora medica destinata al libero mercato, in una sanità dove il pubblico arretra e il privato avanza”, chiosa Cartabellotta.

ABBIAMO UN'OFFERTA PER TE

€2 per 1 mese di Fortune

Oltre 100 articoli in anteprima di business ed economia ogni mese

Approfittane ora per ottenere in esclusiva:

Fortune è un marchio Fortune Media IP Limited usato sotto licenza.