Erano nei frigoriferi degli ambulatori da decenni, prescritti ogni autunno per tenere lontana l’influenza o per proteggere gli anziani dal fuoco di Sant’Antonio. Nessuno, fino a qualche mese fa, li aveva mai associati alla malattia più temuta della vecchiaia. Eppure due studi indipendenti, condotti su popolazioni diverse, con vaccini diversi e metodologie diverse, convergono sullo stesso risultato: chi si vaccina contro l’Herpes zoster e contro l’influenza sembra avere un rischio significativamente più basso di sviluppare la demenza. Una coincidenza che, in epidemiologia, a un certo punto smette di essere tale.
Il vaccino antinfluenzale: più dosi, più protezione
Il dato più recente arriva da uno studio pubblicato su Neurology e condotto dal gruppo di Houston coordinato da Avram Bukhbinder e Paul Schulz su quasi 200.000 ultrasessantacinquenni. La domanda non era se vaccinarsi o meno, ma quanto conta la dose. Il confronto era tra l’antinfluenzale a dosaggio standard e quello ad alto dosaggio, la formulazione pensata per gli anziani, nei quali la risposta immunitaria tende a essere più debole. I risultati mostrano una scala graduata: la dose standard riduce il rischio di Alzheimer di circa il 40% rispetto a chi non si vaccina, mentre la versione ad alte dosi arriva a una riduzione del 55% rispetto alla dose standard. Più immunità stimolata, meno malattia. E come già in altri studi analoghi, l’effetto protettivo risulta più marcato nelle donne.
L’esperimento naturale gallese sullo zoster
La prova più solida sul vaccino contro l’Herpes zoster era arrivata nell’aprile del 2025 su Nature, grazie al gruppo di Pascal Geldsetzer della Stanford University. Nel 2013 il servizio sanitario gallese aveva introdotto la vaccinazione fissando una soglia anagrafica netta: chi era nato dopo una certa data aveva diritto al vaccino, chi era nato pochi giorni prima no. Due gruppi quasi identici per età e condizioni di salute, separati solo dall’accesso al preparato: un esperimento naturale, dove il caso aveva fatto il lavoro della randomizzazione. Seguendo quelle persone per sette anni, i ricercatori avevano osservato che i vaccinati avevano una probabilità di ricevere una diagnosi di demenza inferiore di circa il 20%. In un campo dove le terapie disponibili rallentano la malattia di poco e a caro prezzo, un dato del genere ha il peso di una piccola rivoluzione.
Perché un vaccino potrebbe proteggere il cervello
La domanda più difficile resta quella sul meccanismo. Per lo zoster la risposta più convincente passa per la biologia del virus: il varicella-zoster non abbandona mai l’organismo, si rifugia nei gangli nervosi e può riattivarsi in silenzio, sotto la soglia dei sintomi, risalendo verso il sistema nervoso centrale e alimentando quell’infiammazione cronica sotterranea che molti studiosi indicano tra i possibili motori delle demenze. Vaccinare significherebbe spegnere queste riaccensioni invisibili prima che causino danno. Per l’antinfluenzale il meccanismo è probabilmente più generale, legato alla capacità di un sistema immunitario ben allenato di tenere a bada l’infiammazione diffusa.
A collocare i due vaccini in una scala di evidenze è Carlo Caltagirone, professore di neurologia e direttore scientifico dell’Istituto Santa Lucia IRCCS di Roma. “È emerso che alcune vaccinazioni effettuate nell’adulto sono associate a una riduzione del rischio di demenza, e quella con l’associazione più forte è il vaccino contro l’Herpes zoster, con un impatto piuttosto significativo”, spiega. Seguono, in ordine decrescente, l’antinfluenzale e l’antipneumococcico. “Chi ha fatto questi vaccini ha un rischio di demenza inferiore rispetto ai non vaccinati, quasi il 30-35% in meno per lo zoster: un valore importante, vista la complessità della malattia”.
Le cautele che restano
Gli stessi ricercatori chiedono prudenza. Si tratta di studi osservazionali, non di sperimentazioni controllate: mostrano un’associazione robusta, ma non dimostrano in modo definitivo un rapporto di causa ed effetto. Lo ribadisce Caltagirone. “Non si tratta di studi prospettici, che avrebbero un peso ben più forte dal punto di vista dell’evidenza scientifica. Questo va detto per correttezza”. La mole dei dati, però, impressiona: oltre venti revisioni sistematiche e metanalisi, con popolazioni che in totale sfiorano i cento milioni di partecipanti in diverse parti del mondo.
Per Caltagirone la chiave è ripensare l’origine stessa della malattia. La causa dell’Alzheimer non si riduce all’accumulo finale di proteina beta-amiloide e proteina Tau: quello è l’esito ultimo, che probabilmente deriva da molteplici influenze ambientali e da una neuroinfiammazione sistemica di basso grado, capace nel tempo di favorire il danno neurologico. Se questa lettura è corretta, un vaccino che riduce l’infiammazione cronica potrebbe agire su uno dei meccanismi a monte. Per la prima volta, contro una malattia che non sappiamo curare, abbiamo qualcosa che potrebbe contribuire a prevenirla. Ed è già in farmacia, da anni, sotto altri nomi.

