In un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo, l’empatia si sta rivelando preziosa nel mondo del lavoro, anche nella nostra era sempre più digitale. Ebbene, se siete nati negli anni dell’analogico forse non vi stupirà scoprire che le persone attribuiscono maggior valore all’empatia quando credono che provenga da un essere umano. E questo nonostante la risposta, magari, sia stata generata in realtà dall’intelligenza artificiale.
Insomma, il pregiudizio nei confronti dell’AI è solido e diffuso. A dircelo è un lavoro internazionale condotto da Anat Perry dell’Università Ebraica di Gerusalemme e dal suo dottorando Matan Rubin, in collaborazione con i ricercatori diretti da Amit Goldenberg dell’Università di Harvard e da Desmond C. Ong dell’Università del Texas.
Che cosa fa davvero la differenza
Attraverso nove studi che hanno coinvolto oltre 6.000 partecipanti, la ricerca è arrivata a una conclusione: le risposte attribuite agli esseri umani sono percepite come più solidali, più emotivamente toccanti e più premurose rispetto a quelle identiche generate dall’AI.
Insomma, a fare la differenza non è il messaggio, ma la fonte. Nello studio pubblicato su ‘Nature Human Behaviour’ i ricercatori hanno cercato di capire proprio questo: se le persone percepissero l’empatia in modo diverso a seconda di chi fosse l’autore di un messaggio empatico. Ma la ricerca era truccata in partenza: tutte le risposte erano state elaborate da modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM). Eppure i partecipanti hanno costantemente giudicato quelle dichiarate come “umane” come migliori: più empatiche, più solidali e più soddisfacenti rispetto alle altre.
Tra empatia e pregiudizio
“Stiamo entrando in un’era in cui l’AI può produrre risposte che sembrano empatiche”, ha affermato Perry. “Questa ricerca dimostra però che, anche se l’AI può simulare l’empatia, le persone preferiscono comunque interagire con un altro essere umano che le capisce veramente, si sente come loro e si preoccupa per loro”, ha aggiunto la studiosa.
Un risultato che dovrebbe sollevare interrogativi anche sui servizi di assistenza totalmente automatici.
Tornando all’empatia, la preferenza per gli esseri umani è stata particolarmente forte nel caso di risposte che enfatizzavano la condivisione emotiva e la cura – componenti affettive e motivazionali dell’empatia – piuttosto che la mera comprensione. A dircelo è anche il fatto che i partecipanti erano persino disposti ad aspettare giorni o settimane per ricevere una risposta da un essere umano, piuttosto che ottenerla subito da un chatbot.
Oltretutto i sentimenti positivi innescati dall’AI si riducevano significativamente. Cosa significa tutto questo? Stando ai ricercatori la percezione di autenticità gioca un ruolo fondamentale nel modo in cui proviamo empatia.
Connessione emotiva in via di estinzione?
“Nel mondo di oggi, affidare le nostre email o i nostri messaggi all’intelligenza artificiale sta diventando una seconda natura“, nota Perry. “Ma i nostri risultati suggeriscono” che in questo modo finiamo per pagare “un costo nascosto: più ci affidiamo all’AI, più le nostre parole rischiano di sembrare vuote”.
“Man mano che le persone inizieranno a presumere che ogni messaggio sia generato dall’AI, la sincerità percepita, e con essa la connessione emotiva, potrebbero scomparire”.
Insomma, nonostante gli indubbi vantaggi dell’AI in tanti aspetti, dalla ricerca all’istruzione, passando per la sanità e la farmaceutica, questo studio ne evidenzia importanti limiti. “L’intelligenza artificiale può aiutare a scalare i sistemi di supporto”, spiega Perry, “ma nei momenti che richiedono una profonda connessione emotiva, le persone desiderano ancora il contatto umano“.


