Ictus: la parola che cura promossa dalla ricerca

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Quanto vale la parola giusta al momento giusto? E quanto può aiutare andare oltre la chimica, magari associandosi ad essa? Per chi deve fare i conti con un evento “disrupting” come un ictus cerebraleil rischio di sviluppare ansia e depressione è ben più alto di quanto si osserva nella popolazione generale. E si tratta di quadri complessi, che necessitano di risposte mirate, caso per caso.

In un contesto generale, pur richiedendo approcci specifici definiti dal curante per le condizioni psichiche, si può passare attraverso quella che viene definita “Talk Therapy” o terapia del parlare. A proporre l’importanza di questa strategia è una ricerca, prima nel suo genere, pubblicata su Nature Mental Health e condotta da esperti dell’University College di Londra.

Ictus: meno rischi per chi usa regolarmente il filo interdentale

Lo studio, coordinato da Jae Won Suh, è sicuramente importante vista anche la mole di soggetti analizzati. E rivela l’importanza di tutti gli approcci che si basano sul colloquio e sul parlare. Perché la parola, correttamente utilizzata, è cura. E non va derubricata a chiacchiera e compagnia.

Ma veniamo all’indagine, che ha preso in esame le informazioni relative a quasi 2 milioni di pazienti che hanno usufruito di questi servizi nell’ambito del National Health System inglese tra il 2012 e il 2019.

Quasi 6000 di loro avevano superato un ictus: in media, più di un soggetto su tre in queste condizioni va incontro a depressione o ansia con un potenziale impatto sul recupero fisico e cognitivo. Basti pensare che il rischio di morte può aumentare in modo significativo negli anni successivi a un ictus nei soggetti con depressione rispetto a quelli senza.

Cosa hanno visto gli esperti, proponendo anche chiavi di lettura utili per la sanità pubblica? La terapia della parola nel sistema sanitario pubblico per ansia e depressione può essere considerata efficace in questa specifica popolazione.

Il 71% dei pazienti ha riscontrato un miglioramento affidabile (ovvero una modifica dei sintomi sufficientemente ampia da rendere molto improbabile che sia dovuta al caso) e il 49% si è ripreso da depressione e ansia dopo il trattamento presso i servizi.

Il tutto, come segnala una nota per la stampa dell’ateneo londinese, appare in linea con l’obiettivo del governo del Regno Unito per la popolazione generale, secondo cui la metà delle persone che completano il trattamento presso i servizi dovrebbe trovare una soluzione.

Nello studio, i sintomi depressivi sono stati misurati utilizzando il questionario sulla salute del paziente (PHQ-9), che considera fattori come la mancanza di interesse nelle attività quotidiane, i problemi di sonno e la sensazione di cattivo umore. I sintomi d’ansia sono stati misurati utilizzando il questionario GAD-7, che chiede con quale frequenza una persona si sente preoccupata, nervosa o incapace di rilassarsi.

Cosa emerge? In media, i sopravvissuti a un ictus che hanno seguito terapie di dialogo hanno sperimentato una moderata riduzione della depressione e dei sintomi di compromissione funzionale (come la capacità di lavorare, gestire la casa, creare e mantenere relazioni strette e partecipare ad attività ricreative) e una significativa riduzione dei sintomi d’ansia.

Attenzione però: conta anche l’inizio del percorso di trattamento. Chi ha iniziato ad affidarsi alla parola che cura un anno o più dopo un ictus, ha mostrato minori probabilità di guarire rispetto a chi aveva iniziato entro sei mesi dall’ictus, indipendentemente da età, genere e situazione iniziale, oltre che per aspetti sociali. La parola che cura, insomma, aiuta. Non dimentichiamolo, fin dal primo momento della presa in carico dopo la fase acuta dell’ictus.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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