Che il microbiota intestinale entri nelle complesse dinamiche del benessere psicofisico è ormai più che assodato. Basti pensare al ruolo che la megalopoli dei batteri (e non solo) presenti nel tubo digerente gioca nel favorire problematiche dell’umore, in quella che viene definita (e non a caso) Gut-Brain Axis. Oppure all’azione dei batteri stessi come veri e propri laboratori, in grado di favorire la produzione di vitamine.
Sono solo esempi di vere e proprie “mission” che giorno dopo giorno, attimo dopo attimo, l’omeostasi e la varietà di quella che un tempo veniva definita flora batterica consentono di compiere.
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Detto che occorre sempre favorire un microbiota sano, anche e soprattutto attraverso un’alimentazione mirata che ne favorisca la varietà, bisogna però svelare ancora molti segreti a proposito di questo vero e proprio “organo invisibile” dell’organismo umano.
In particolare, visto che in caso di disbiosi quali-quantitativa della popolazione batterica possono più facilmente manifestarsi quadri patologici o mal funzionamenti (ad esempio a carico delle vie digestive o del sistema immunitario), appare importante cercare di conoscere quanto e come gli stessi batteri presenti nelle vie digestive diventano motori dell’equilibrio che li regola.
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Ed è proprio nella logica dell’interazione autonoma delle componenti del microbiota, con particolare riferimento al ruolo del butirrato, che va una ricerca coordinata da Koji Hosomi dell’Università Metropolitana di Osaka, pubblicata su Microbiome. L’equipe nipponica ha studiato due batteri: Fusobacterium varium (F. varium), un batterio orale e intestinale associato a infiammazione e cancro del colon, e Faecalibacterium prausnitzii (F. prausnitzii), un batterio intestinale che produce butirrato, un composto benefico per la salute.
Il team di ricerca ha utilizzato campioni di feci di 236 partecipanti. E ha quindi analizzato le interazioni tra questi batteri utilizzando il sequenziamento di nuova generazione e la spettrometria di massa. I risultati hanno rivelato che F. prausnitzii inibisce la crescita di F. varium. Questo effetto è dovuto all’aumento dell’acidità e della quantità di acido β-idrossibutirrico causato da F. prausnitzii. Al contrario, F. varium promuove la crescita di F. prausnitzii. È probabile che questa interazione avvenga attraverso il contatto diretto tra questi batteri.
Perché è importante comprendere cosa avviene. A detta dell’esperto, conoscendo i rapporti tra queste due specie batteriche si potrebbe avere “nuove informazioni sui metodi medici e sanitari per migliorare l’ambiente intestinale e trovare nuovi metodi per prevenire o migliorare disturbi e malattie intestinali. Una maggiore comprensione di questi batteri potrebbe aprire la strada allo sviluppo di alimenti e integratori che potenziano il potere dei batteri nel supportare la salute intestinale”.
Microbiota e sclerosi multipla
L’importanza del butirrato e dei meccanismi che vedono i batteri trasformarsi in laboratori viene peraltro confermato anche quando si parla di sclerosi multipla. Il microbiota interagisce con il sistema immunitario attraverso la produzione di metaboliti che si trovano nell’intestino e nel sangue periferico e tra questi di particolare interesse è appunto questo acido grasso a catena corta.
In particolare il microbiota contribuirebbe a regolare le risposte del sistema immunitario e la sclerosi multipla è una malattia a base autoimmune, in cui l’azione del sistema di difesa si rivolge in maniera anomala contro il nostro organismo stesso. E proprio attraverso l’azione del butirrato.
In questo contesto si inserisce una ricerca, finanziata da FISM (Fondazione Italiana Sclerosi Multipla), pubblicata su ‘Genes & Immunology’. Lo studio aiuta a comprendere uno dei possibili meccanismi con cui il microbiota contribuisce a regolare l’azione di alcune cellule del sistema immunitario, chiamate Natural Killer (NK). La scoperta potrebbe aiutare, in futuro, a sviluppare nuovi biomarcatori per la sclerosi multipla e ad aprire la strada a nuove strategie terapeutiche complementari.
Come? Agendo proprio sui batteri intestinali che interagiscono con il sistema immunitario attraverso la produzione di metaboliti che si trovano nell’intestino e nel sangue. In particolare l’attenzione degli studiosi si concentra su butirrato, un acido grasso a catena corta, che potrebbe aiutare a far lavorare a dovere le cellule NK. La ricerca è stata guidata da Alice Laroni del Dipartimento di neuroscienze, riabilitazione, oftalmologia, genetica e scienze materno-infantili (Dinogmi) dell’Università di Genova e dell’Irccs Ospedale Policlinico San Martino e vede tra i partecipanti anche Antonio Uccelli del San Martino e Michele Piana dell’Università di Genova.


