Batteri resistenti, funghi, ferite difficili: una storia vera di medicina e resilienza e la strategia vincente contro i superbatteri.
Quella contro i super batteri è una battaglia lunga e complessa, che però si può vincere. A patto di poter contare su un’equipe multidisciplinare e un armamentario terapeutico di ultima generazione. A testimoniarlo è la storia di S. B., coinvolto nel 2024 in una violenta esplosione sul lavoro e arrivato in condizioni gravissime in ospedale. A raccontarla è Marco Falcone, consigliere Simit (Società italiana di malattie infettive) e ordinario di Malattie infettive all’Università di Pisa, che ha curato il paziente, ospitandolo anche al recente simposio internazionale ‘Top 5 in Infectious Diseases’ di Venezia.
Un caso particolarmente sfidante, quello di S. B., ma anche paradigmatico per aiutarci a comprendere l’estrema complessità della lotta fra gli esseri umani e questi nemici microscopici e aggressivissimi.
“Il problema dell’antibiotico-resistenza è anche legato al fatto che mancano le testimonianze dei pazienti”, dice Falcone. Storie che aiutino a comprendere quanto l’allarme dell’Organizzazione mondiale della sanità non sia campato in aria.
L’arrivo al Centro ustioni
Ma facciamo un passo indietro: gravemente ustionato in seguito all’esplosione, il paziente presentava anche una problematica polmonare legata al fatto di aver respirato dei fumi tossici. “Quando è arrivato nella rianimazione del Centro ustioni di Cisanello, a Pisa, era in condizioni quasi disperate. Non c’era tempo da perdere”.
In questi casi il paziente viene intubato e l’infettivologo viene coinvolto fin dall’inizio “perché, non avendo più la barriera della cute, gli ustionati sono esposti a problematiche di tipo infettivo. Il quadro in questo caso particolare era complesso: per favorire la ripresa polmonare si è dovuto utilizzare cortisone ad alte dosi, cosa che comporta un’immunosoppressione e predispone a una serie di infezioni batteriche e fungine”.
Non solo farmaci
Nel corso del lungo ricovero in terapia intensiva – “almeno un paio di mesi” – per riparare le gravi ustioni di S.B., ogni 7-10 giorni un team di chirurghi plastici rimuoveva le aree necrotiche, impiantando talvolta innesti di pelle sana, con l’obiettivo di favorire la guarigione delle ferite. Perché se queste ultime si infettano, salta anche l’innesto”. E bisogna ricominciare tutto daccapo. Una sfida continua, “che richiede una terapia antibiotica mirata”.
I batteri più cattivi
“I nemici più sfidanti in questi casi si chiamano Acinetobacter baumannii, un batterio Gram-negativo che causa polmonite e infezioni di ferite, ma anche Pseudomonas aeruginosa e Klebsiella pneumoniae resistente agli antibiotici carbapenemici. In più, nei pazienti ustionati c’è anche un alto rischio di infezioni fungine, che possono provocare aspergillosi polmonare e mucormicosi”, una infezione causata da diversi organismi fungini “estremamente aggressivi e difficili da battere”.
Un lavoro di squadra
“Siamo riusciti a salvare il paziente – racconta Falcone – grazie alla presenza di un team di specialisti diversi: infettivologi, rianimatori, chirurghi plastici. La strategia è stata super aggressiva: abbiamo usato diverse molecole, potenti e anche di nuova generazione, perché la complessità del quadro lo richiedeva. L’approccio è stato aggressivo anche dal punto di vista chirurgico, con procedure frequenti abbinate a una terapia articolata anche in 5 molecole, tra antibiotici e antifungini, che ha portato a un risultato positivo”.
Qual è la lezione per la sanità?
“Da una parte questo caso dimostra che pazienti gravissimi, ad alta complessità ma giovani, vanno seguiti in centri di riferimento con un approccio studiato nei minimi dettagli. Perché in questo tipo di ustioni, e il discorso vale anche nel caso dei trapiantati, occorre mettere in campo diverse figure professionali che agiscano in sintonia. Insomma, solo un lavoro di squadra permette di intervenire su tutti i fronti. Questo, naturalmente, ha un costo: sia in termini di impegno, sia economici. Nessuna istituzione privata, probabilmente, se lo potrebbe permettere.
L’Italia per fortuna ha il Servizio sanitario nazionale. Ecco allora che si comprenderà come proprio i pazienti più gravi e difficili da trattare traggano i maggiori benefici da una sanità pubblica che riesce a garantire cure d’eccellenza e costosissime: oltre alla terapia intensiva, pensiamo anche a interventi di chirurgia plastica continui, antibiotici ad alto costo, farmaci vasoattivi, medicazioni avanzate. Grazie a tutto ciò, però, una persona è guarita e tornata alla vita.
Questo ci dice quanto sia importante investire sulla sanità pubblica, sulla formazione del personale e sulla capacità di garantire prestazioni complesse. Ma è fondamentale anche sostenere la ricerca di nuovi farmaci. Perché in questo caso proprio l’innovazione ha fatto la differenza consentendo di superare infezioni complesse, grazie ad antimicotici e antibiotici di ultima generazione, sicuri ed efficaci”.
Quanto alla minaccia dei super batteri “è vero e sacrosanto che dobbiamo ridurre il consumo di antibiotici, ma l’utilizzo mirato dei farmaci reserve è un investimento in grado di fare concretamente la differenza tra la vita e la morte”, conclude il medico.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2025 (numero 8, anno 8)

