Microchip nella retina, il trial della speranza per la degenerazione maculare

microchip PRIMA ultra-thin microchip Credit Science Corporation

Un microchip nella retina abbinato a occhiali per realtà aumentata: l’innovativo approccio ha permesso a un gruppo di persone con problemi di vista dovuti alla degenerazione maculare di tornare a leggere lettere e numeri. I risultati di questo eccezionale studio clinico europeo, pubblicati sul ‘New England Journal of Medicine’, hanno mostrato che l’84% dei 38 pazienti quasi ciechi, trattati in 17 ospedali di cinque Paesi – Italia inclusa – è tornato a leggere lettere, numeri e parole.

Al centro dello studio c’è un dispositivo pionieristico chiamato ‘PRIMA’. Tutti i pazienti avevano perso completamente la vista, prima di ricevere l’impianto. “È la prima volta al mondo che un progetto di visione artificiale restituisce a pazienti che erano quasi al buio una indipendenza di movimento e di lettura. Siamo di fronte ad una pietra miliare nell’oftalmologia” spiega alla Dire il professor Andrea Cusumano, oftalmologo dell’Università Tor Vergata di Roma tra i co-autori del progetto che ha portato al trial clinico del microchip ‘PRIMA’ su anziani affetti da atrofia geografica, la più grave tra le forme di degenerazione maculare senile secca.

Pubblicato sul ‘New England Journal of Medicine’, lo studio vede tra gli autori oftalmologi come Daniel Palanker della Stanford University (Usa), José-Alain Sahel, University of Pittsburgh (Usa) e Frank Holz dell’Università di Bonn (Germania), insieme a specialisti della Science Corporation di Alameda, che ha sviluppato il microchip.

Occhi: nella retina i segni ‘spia’ di 20 malattie (e la vera età)

Come funziona la procedura

Dopo una vitrectomia, durante la quale il corpo vitreo dell’occhio viene rimosso dallo spazio tra il cristallino e la retina, il chirurgo inserisce un microchip ultrasottile, a forma di Sim ma grande appena 2 mm x 2 mm.

Il device viene collocato proprio sotto il centro della retina, in una sorta di botola. Il paziente utilizza poi occhiali per la realtà aumentata, dotati di una videocamera collegata a un piccolo computer con funzione di zoom, fissato alla cintura.

E il microchip

Ma come funziona il microchip? “Va a sostituire i fotorecettori dove sono completamente assenti. È abbinato ad occhiali dotati di telecamera, che trasferiscono le immagini a un computer tascabile, che le elabora e le rimanda agli occhiali, i quali, con un proiettore a infrarossi, le trasmettono al microchip retinico”, spiega Cusumano. Il microchip trasforma lo stimolo luminoso in impulso elettrico, trasmettendolo alla corteccia visiva.

“Da una condizione di quasi totale cecità, quindi, si torna a poter leggere, con modalità particolari, scannerizzando il testo con il movimento della testa, perché il microchip ha una visione di soli 10 gradi”. Per lo specialista italiano è “davvero una rivoluzione. Mi occupo di visione artificiale dal 1989, quando ho iniziato a lavorare in Germania, e successivamente a New York, alla Cornell University. Dal 2005 ho partecipato al programma di ricerca di Stanford con Daniel Palanker, concentrandoci proprio su questo progetto. La nostra ricerca si è focalizzata sulla degenerazione maculare legata all’età, la patologia che ha il maggiore impatto sociale, con oltre cinque milioni di pazienti colpiti dalla forma terminale della malattia”.

Il paziente più avanzato e le prospettive

Cusumano racconta alla Dire la storia di un architetto fiorentino di 88 anni che, “dopo aver perso la vista per 14 anni, ha ripreso a lavorare su un progetto di unificazione del trasporto tra strada e ferrovia all’insegna dell’energia pulita. È il miglior caso di visione artificiale che abbiamo visto finora, e ha avuto risultati incredibili come leggere numeri, lettere, parole e brevi frasi sebbene il suo campo visivo sia limitato a soli 10 gradi”.

Ma quando arriverà sul mercato questo device? “Ci aspettiamo di ricevere la marcatura CE e di iniziare a impiantare i primi microchip nella retina in Italia entro il 2026. La strada è lunga, ma i progressi sono straordinari”.

La paziente Sheila Irvine si allena dopo l’impianto del microchip. Credits: Moorfields Eye Hospital

La testimonianza

Appare entusiasta anche Sheila Irvine, una delle pazienti coinvolte nella sperimentazione: “Prima di ricevere l’impianto, era come avere due dischi neri negli occhi. Ero un’avida lettrice volevo tornare a essere così.  Non ho provato dolore durante l’operazione, ma ero comunque consapevole di ciò che stava accadendo”, racconta. “È stato emozionante quando ho iniziato a vedere la prima lettera. Non è semplice imparare di nuovo a leggere, ma più ore ci metto, più imparo”, aggiunge illustrando la routine di allenamento. Leggere “ti trasporta in un altro mondo, ora sono decisamente più ottimista”, ha concluso.

FOTO: PRIMA microchip CREDIT Science Corporation

ABBIAMO UN'OFFERTA PER TE

€2 per 1 mese di Fortune

Oltre 100 articoli in anteprima di business ed economia ogni mese

Approfittane ora per ottenere in esclusiva:

Fortune è un marchio Fortune Media IP Limited usato sotto licenza.