Soluzioni sempre più smart: sono quelle in arrivo o allo studio contro il diabete. Il punto con Raffaella Buzzetti, presidente della Società Italiana di Diabetologia.
Il diabete è una malattia antica come l’uomo, tanto che la si trova già nei geroglifici egiziani del 1.500 a.C. Ma solo negli ultimi 150 anni si sono concretizzati gli studi intorno a questa condizione, con i key breakthrough rappresentati dall’individuazione del ruolo del pancreas nel determinismo della patologia (Minkowski, 1889), alla scoperta dell’insulina (Banting e Best, 1921), all’arrivo dei primi farmaci orali per il diabete di tipo 2 (sulfoniluree, anni ’50), alla prima insulina umana geneticamente ingegnerizzata (1978).
Ma negli ultimi decenni c’è stata un’ulteriore importante accelerazione verso terapie sempre più performanti sia per il diabete di tipo 1, che è una malattia autoimmune, sia per il diabete di tipo 2. Nel tipo 1, la grande novità è l’ingresso dell’immunoterapia e delle terapie cellulari; nel tipo 2, la carica dei cosiddetti ‘dual’ e ‘triple’ agonist, iniziata con la fuga in avanti degli analoghi recettoriali GLP-1 e l’arrivo delle nuove insuline, che in futuro si faranno sempre più ‘smart’. Furbe, oltre che intelligenti. Ne abbiamo parlato con la professoressa Raffaella Buzzetti, presidente della Società Italiana di Diabetologia.
“Trattandosi di una malattia autoimmune, non sorprende che l’immunoterapia si stia affacciando anche nel trattamento del diabete di tipo 1, caratterizzato dalla distruzione delle cellule beta pancreatiche, produttrici di insulina da parte delle cellule T del sistema immunitario. E di certo nei prossimi anni arriveranno tante ricerche in questo campo”.
D’altronde anche il premio Nobel per la medicina 2025 è stato assegnato a tre scienziati che, con le loro ricerche, hanno aiutato a individuare le specifiche cellule del sistema immunitario e i pathway che possono prevenire gli attacchi autoimmuni, aprendo la strada a nuove terapie. “Ma per il momento, l’unico farmaco validato clinicamente in questo setting e non ancora disponibile in Europa, ma solo negli Usa, è il teplizumab, molecola che si lega ad una specifica molecola (CD3) sulla superficie delle cellule T, rallentando l’attacco autoimmune contro le cellule produttrici di insulina e preservandone così la funzione. Il farmaco viene utilizzato nella prevenzione del diabete di tipo 1 (si somministra con un unico ciclo di infusioni quotidiane per 14 giorni consecutivi). Nello studio di fase III (pubblicato nel 2019 sul New England Journal of Medicine) ha dimostrato di ridurre il rischio di progressione a diabete di tipo 1 franco fino al 60%, rispetto al gruppo di controllo (placebo), facendo guadagnare ai pazienti almeno due anni di normoglicemia”.
Nell’estensione dello studio (2021) a 60 mesi, la riduzione del rischio di progressione nel gruppo trattato con teplizumab mantiene un vantaggio del 54% rispetto a placebo. Insomma, un efficace ‘bastone tra le ruote’ che blocca l’attacco auto-immune e permette di rallentare la progressione verso il diabete conclamato.
Sempre al capitolo ‘immunoterapia’, appartiene l’ATG (globulina anti-timociti). “In questo caso si tratta di una novità, ma del riposizionamento di un vecchio farmaco, un’immunoterapia policlonale usata da decenni nei trapianti, che mira a spegnere la risposta T-mediata contro le beta cellule. Di recente Chantal Mathieu ha presentato all’Easd uno studio di fase 2, pubblicato in contemporanea su Lancet, che dimostra come l’ATG a basse dosi rappresenti un intervento efficace nell’arrestare o almeno ritardare la progressione del diabete di tipo 1. Non è ancora la cura del diabete di tipo 1, ma di certo un importante passo avanti. Un ‘ambiente iperglicemico’, nei pazienti comporta un anticipo di comparsa delle complicanze del diabete e della necessità di ricorrere alla terapia insulinica”.
Un altro promettente filone di ricerca riguarda il trapianto di cellule staminali autologhe, riprogrammate, nel trattamento del diabete di tipo 1. In particolare, una donna cinese di 25 anni è stata la prima al mondo a ritrovare la capacità di produrre autonomamente insulina (per oltre un anno), dopo un trapianto di staminali ‘riprogrammate’ a fare le veci delle beta cellule del pancreas. Lo studio, condotto dalla Peking University, apre la strada ad un trattamento innovativo del diabete di tipo 1.
Nel caso del diabete di tipo 2, le industrie farmaceutiche stanno popolando le proprie pipeline di doppi e tripli agonisti, che rappresentano l’evoluzione degli agonisti del GPL-1, i farmaci blockbuster nel campo del diabete e dell’obesità. La new wave, coniuga molecole che mimano alcuni ormoni prodotti dal tratto gastro-intestinale (GLP-1 e GIP), al glucagone, un ormone pancreatico, che nella nuova destinazione d’uso non è più il ‘cattivo’ del diabete (per la sua azione iperglicemizzante).
“Somministrato insieme alle incretine infatti, ne sinergizza i benefici, dando un miglior controllo glicemico, una maggiore perdita di peso, una maggiore protezione cardio-metabolica. Buona la sua efficacia anche sulla MASH (steatoepatite, associata a disfunzione metabolica)”.
Il glucagone insomma è diventato un alleato metabolico, anziché il bad guy del diabete. Un altro tema da affrontare è quello della sarcopenia, effetto indesiderato delle terapie basate sulle incretine. “Quando si dimagrisce, si perde anche massa magra, ma questo può portare ad un declino funzionale e ad altri effetti indesiderati”. La sarcopenia, oltre che a una peggiore qualità di vita, è correlata anche ad una ridotta aspettativa di vita.
Tra l’altro, si stima che quasi il 30% degli adulti, parta da uno stato noto come ‘obesità sarcopenica’, già dell’inizio di queste terapie. “Debolezza muscolare ed equilibrio precario, possono portare a cadute e a conseguenze imprevedibili. È un fattore da tener ben presente, anche durante le visite in ambulatorio: far camminare un paziente per una decina di metri ci dà indicazioni anche rispetto alla sua aspettativa di vita. Il muscolo insomma ha un’importantissima funzione metabolica e di sostegno strutturale. Per evitare la sarcopenia bisogna guardarsi da una perdita di peso troppo rapida e mantenere un buon apporto proteico nella dieta; fondamentale anche l’esercizio fisico, alternando quello aerobico a quello di resistenza”.
Sul fronte delle insuline, oltre alla recente novità di quella settimanale e alle associazioni precostituite incretine-insulina, in fase di sviluppo, “la grande novità del futuro saranno le insuline ‘smart’, quelle che funzionano, a seconda dei livelli di glicemia, grazie all’integrazione di uno speciale sensore molecolare che attiva l’insulina a soglie glicemiche specifiche. In fase di studio anche speciali nanoparticelle o idrogel che rilasciano l’insulina in risposta a variazioni di pH o a concentrazioni di glicemia. Il loro arrivo rappresenterà un passo in avanti davvero epocale”.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2025 (numero 9, anno 8)

