Sanità: la spesa delle famiglie e il rischio di ‘doppio binario’

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La spesa delle famiglie per la sanità lievita: nel 2024 ha superato i 41 miliardi di euro e – dal 2022 al 2024 – ben 1,7 milioni di persone in più hanno rinunciato alle cure. A mettere in guarda contro i rischi di un doppio binario, in cui chi ha le possibilità si rivolge alla sanità privata, è Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. “Basta leggere i numeri per capire che la privatizzazione della sanità pubblica è già una triste realtà”, ha detto intervenendo al 20° Forum Risk Management di Arezzo.

Cartebellotta illustra una nuova analisi indipendente che mette nero su bianco l’espansione silenziosa di una moltitudine di attori privati, spesso identificati erroneamente con le strutture private accreditate.
Fondazione Gimbe indica quattro macro-categorie di soggetti privati: erogatori che forniscono servizi e prestazioni sanitarie e socio-sanitarie; investitori che immettono capitali con finalità di sviluppo del settore e di produzione di utili; terzi paganti (fondi sanitari, assicurazioni, etc.) che svolgono la funzione di pagatore intermedio tra erogatori e cittadini; realtà che stipulano partenariati pubblico-privato con Aziende Sanitarie, Regioni e altri enti.

E vediamo meglio dove sono andati i soldi degli italiani. Nel 2024 la spesa sanitaria a carico dei cittadini (out-of-pocket) ammonta a 41,3 miliardi, pari al 22,3% di quella sotale: percentuale che da 12 anni supera in maniera costante il limite del 15% raccomandato dall’Oms. “Con quasi un euro su quattro sborsato dalle famiglie oggi siamo sostanzialmente di fronte a un servizio sanitario “misto”, senza che nessun Governo lo abbia mai esplicitamente previsto o tantomeno dichiarato. Peraltro, la spesa out-of pocket non è più un indicatore affidabile delle mancate tutele pubbliche, perché viene sempre più arginata dall’impoverimento delle famiglie: le rinunce alle prestazioni sanitarie sono passate da 4,1 milioni nel 2022 a 5,8 milioni nel 2024″, dice Cartabellotta.

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Dove va la spesa per la sanità delle famiglie

Dal Sistema Tessera Sanitaria Gimbe fotografa chi incassa la spesa a carico dei cittadini. Nel 2023, anno più recente a disposizione, i 43 miliardi sono suddivisi in: 12,1 miliardi alle farmacie, 10,6 miliardi a professionisti sanitari (di cui 5,8 miliardi agli odontoiatri e 2,6 miliardi ai medici), 7,6 miliardi alle strutture private accreditate e 7,2 miliardi al privato “puro”, ovvero alle strutture non accreditate e infine 2,2 miliardi alle strutture pubbliche per libera professione e altro. “La  privatizzazione della spesa sta determinando una progressiva uscita dei cittadini dal perimetro delle tutele pubbliche, acquistando direttamente sul mercato le prestazioni necessarie”, anticipa Cartabellotta.

Che succede sui territori

Nel 2023, ultimo dato disponibile della Ragioneria Generale dello Stato, la quota di spesa pubblica destinata al privato convenzionato supera la media nazionale (20,3%) in 6 Regioni, con valori compresi tra il 22% della Puglia e il 29,3% del Lazio. Nelle restanti 15la percentuale oscilla dal 18,9% della Calabria al 7,7% della Valle d’Aosta. A utilizzare più risorse per il privato convenzionato sono le Regioni in Piano di rientro, che registrano una quota del 23,9%, rispetto al 18,9% delle Regioni non in Piano di rientro e all’11,7% delle Autonomie speciali, Sicilia esclusa.

La crescita del privato non convenzionato

Si tratta di strutture sanitarie, prevalentemente di diagnostica ambulatoriale, che erogano prestazioni esclusivamente in regime privato, senza alcun rimborso a carico della spesa pubblica. Negli ultimi anni è il settore che registra la crescita più marcata: tra il 2016 e il 2023 la spesa delle famiglie verso le strutture non convenzionate è aumentata del 137%, passando da 3,05 a 7,23 miliardi. “Non trovando risposte tempestive nel pubblico né nel privato accreditato, chi può pagare cerca altrove ed esce definitivamente dal perimetro delle tutele pubbliche”, riflette Cartabellotta.

Insomma, per il presidente Gimbe “è sotto gli occhi di tutti che la privatizzazione del Ssn, non programmata e non annunciata e proporzionale al suo indebolimento, sta trasformando i diritti in privilegi“.

Ma per la Fondazione è ancora possibile invertire la rotta. Come? Con un consistente e stabile rilancio del finanziamento pubblico, un paniere di Livelli Essenziali di Assistenza (Lea) compatibile con l’entità delle risorse assegnate, un ‘secondo pilastro’ realmente integrativo rispetto al Ssn ed evitando di dirottare fondi pubblici verso profitti privati. Ma bisogna agire subito. “Perché di fronte alla malattia siamo tutti uguali solo sulla Carta. Nella vita di tutti i giorni si moltiplicano inaccettabili diseguaglianze”.

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