Recuperare il rapporto tra medico e paziente, intervista a Sandro Spisanti

Sandro Spisanti

In una medicina sempre più standardizzata, il rischio è che l’ascolto diventi accessorio. lo psicologo esperto di bioetica Sandro Spisanti riflette su consenso, comunicazione e responsabilità nella pratica clinica di oggi.

La medicina cura sempre meglio, ma ascolta sempre meno. Tra tecnologie all’avanguardia, tempi contingentati e una sanità sempre più organizzata per prestazioni, il rapporto tra medico e paziente rischia di ridursi a un passaggio tecnico. In questa conversazione Sandro Spinsanti, psicologo ed esperto di bioetica, riflette su ciò che si è perso – e su ciò che può ancora essere recuperato – nella pratica della cura: dal consenso informato svuotato di senso all’impatto ambivalente dell’intelligenza artificiale, fino al ruolo della medicina narrativa come competenza clinica capace di rimettere al centro la persona, le sue scelte e la sua storia.

In una medicina sempre più tecnologica, standardizzata e orientata all’efficienza, la medicina narrativa è ancora una leva di cambiamento reale o rischia di restare una pratica minoritaria?

Ci sono due aspetti macroscopici dei cambiamenti in medicina. Uno è quello tecnologico, più efficientista e standardizzato. Ma ce n’è un altro, altrettanto evidente: la narrazione ha assunto uno spazio enorme rispetto al passato. Tradizionalmente la persona malata taceva, soprattutto su due piani. Il primo nel rapporto con il medico, perché non era richiesta una presenza attiva del malato. Il medico decideva in scienza e coscienza e il malato doveva seguire.

Non a caso uno dei refrain culturali era ‘mica me l’ha prescritto il medico’. Il secondo piano era quello sociale: la malattia non era argomento di esposizione pubblica, il malato si chiudeva, la sofferenza restava nel privato. Oggi entrambi questi aspetti sono cambiati, Siamo passati dall’etica medica alla bioetica: senza il coinvolgimento del malato, senza informazione, consenso e possibilità di decidere se, come e quando, non esiste buona medicina. Questo richiede una competenza comunicativa che prima non era richiesta al medico.

Parallelamente c’è stata un’esplosione delle narrazioni del dolore, i cosiddetti misery report. Oggi troviamo continuamente racconti di malattia nei libri, nei giornali, nei social. La sostituzione di un silenzio pubblico con una condivisione della sofferenza è uno dei tratti più evidenti della medicina narrativa contemporanea.

Dunque, da una parte la medicina è diventata sempre più tecnica, ma dall’altra è cambiato profondamente il rapporto tra curante e persona in cura e anche il ruolo sociale del malato.

 Il consenso informato oggi è davvero uno strumento di partecipazione del paziente o rischia di restare una pratica formale e difensiva?

Da una parte abbiamo affermazioni molto forti, come la legge 219 del 2017, che ribadisce che il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura. Senza comunicazione efficace, anche una cura tecnologicamente perfetta non è buona cura. Dall’altra parte però abbiamo tempi rigidamente scanditi per il rapporto con il malato.

Ma la comunicazione richiede ascolto, progressione, adattamento, non può essere compressa in un tempo prestabilito. Nella pratica il consenso informato è spesso una caricatura. Oggi si arriva perfino a proporlo con un click. Ma il consenso viene dopo l’informazione. Se l’informazione non è personalizzata, a che cosa si acconsente?

Nella maggior parte dei casi è una misura difensiva, un consenso estorto per tutelare il professionista o la struttura. Questo è l’opposto di ciò che la bioetica e la legge 219 hanno in mente.

In un sistema sanitario sempre più frammentato e orientato alle prestazioni, come può la medicina narrativa essere integrata nella pratica clinica?

La medicina narrativa è l’alternativa a questa organizzazione sanitaria. Se vogliamo spingerci all’estremo di questa deriva, possiamo parlare di una medicina ammalata. Pensiamo ai gettonisti: prestazioni svolte fuori da un contesto di cura, senza conoscenza del malato, senza relazione con il medico di medicina generale. E quando la medicina diventa una sequenza di prestazioni, l’assistenza viene tradita. La medicina narrativa chiede invece ascolto.

La definizione della Consensus Conference dell’Istituto superiore di sanità è molto chiara: la narrazione è lo strumento fondamentale per acquisire, comprendere e integrare i diversi punti di vista di quanti intervengono nella malattia e nel processo di cura. Non solo quello del curante, che deve essere competente e scientificamente fondato, ma anche quello del malato, dei familiari, dei caregiver. Senza questa integrazione non c’è medicina, ma solo erogazione di servizi.

Le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale possono ampliare o restringere lo spazio dell’ascolto?

Sono strumenti ambivalenti. Possono eliminare completamente lo spazio dell’ascolto oppure renderlo possibile. Oggi chiunque, con un minimo di alfabetizzazione digitale, si informa online. L’intelligenza artificiale è anche molto efficiente nell’analisi di referti e dati clinici e può aiutare i medici ad abbreviare i percorsi diagnostici.

La questione è se il tempo risparmiato venga reinvestito in ascolto, comunicazione e decisioni condivise, oppure se venga usato per saltare del tutto questa fase. La tecnologia non è il male in sé. Può essere inserita in una medicina che guarda in due direzioni: quella delle scienze esatte e quella delle scienze umane.

Ma queste due direzioni non devono ignorarsi. La medicina tecnologica ha bisogno di quella umanistica e quella umanistica non può fare a meno della tecnologia.

In una sanità sottoposta a vincoli economici sempre più stringenti, che spazio resta per la medicina narrativa? Ci sono segnali incoraggianti?

Io non vedo segnali incoraggianti. Vedo piuttosto due sistemi che convivono: il servizio pubblico che risparmia e la sanità privata che guadagna. Questo è un indicatore che stiamo seguendo una strada sbagliata. Eppure una medicina fondata su relazioni di qualità fa risparmiare: riduce la ripetizione inutile di esami, aumenta la fiducia, evita sprechi.

Quanto si potrebbe evitare se si comunicasse meglio? Cito un progetto di Slow Medicine che si chiama ‘Buongiorno, io sono’. Propone una cosa semplicissima: che il professionista si presenti. Non costa tempo, non costa denaro, ma cambia il rapporto. L’impersonalità genera diffidenza, la relazione genera fiducia.

Questo non risolve i problemi economici, ma contrasta una sanità ridotta a bilanci, prestazioni e tempi e incide anche sulla frustrazione dei professionisti, che spesso lasciano non solo per motivi economici, ma per il logoramento prodotto da rapporti continuamente deteriorati.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di marzo 2026 (numero 2, anno 9)

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