farmaco

La supply chain dei medicinali attraversa oceani, snodi logistici e tensioni geopolitiche. Oggi l’Europa scopre quanto la propria sicurezza sanitaria dipenda da filiere globali fragili e da una produzione concentrata lontano dai suoi confini.

In Europa un antibiotico può costare meno di una gomma da masticare. Ma il suo principio attivo ha attraversato oceani, strettoie marittime e confini geopolitici prima di arrivare sul banco di una farmacia.

Oltre l’80% degli ingredienti farmaceutici attivi degli antibiotici utilizzati nell’Unione europea proviene dall’Asia, soprattutto da Cina e India. Lo hanno affermato i ministri della Salute di undici Stati membri in una lettera dell’8 marzo 2025, diffusa alla vigilia della presentazione del Critical Medicines Act: tra l’80% e il 90% degli antibiotici utilizzati nell’Unione europea è prodotto in Asia, soprattutto in Cina. Un livello di concentrazione che, avvertono i firmatari, può trasformarsi in vulnerabilità strategica per la sicurezza sanitaria e, in scenari di crisi, anche per la capacità di risposta dell’Unione. Quella che sembrava a tutti gli effetti una nota tecnica per addetti ai lavori è in realtà la presa di coscienza di una dipendenza strutturale che riguarda farmaci salvavita, dagli antibiotici agli anestetici fino ai trombolitici utilizzati nelle emergenze cardiovascolari.

Il farmaco è diventato una merce globale, inserita in una filiera ottimizzata per ridurre i costi e frammentata lungo più continenti. La produzione degli Api (Active Pharmaceutical Ingredients) si concentra in pochi poli industriali asiatici; la lavorazione intermedia avviene spesso in India; il confezionamento e la distribuzione rientrano in Europa. Le rotte attraversano snodi strategici come il Canale di Suez, crocevia di una parte rilevante del traffico tra Asia ed Europa. Ogni tensione nel Mar Rosso, ogni aumento dei noli, ogni ritardo nei porti si traduce in tempi di consegna più lunghi e costi più elevati lungo la catena.

Questa architettura ha funzionato finché il commercio globale è rimasto stabile, nonostante la pandemia ne abbia svelato inesorabilmente le fragilità. Restrizioni all’export, congestioni portuali e carenze di materie prime hanno interrotto catene di approvvigionamento che per anni erano state considerate stabili. La fine della politica zero-Covid ha riattivato la domanda interna cinese, riducendo le disponibilità per l’export. Quando la produzione globale è concentrata in pochi hub, ogni riallocazione interna si traduce in tensioni lungo l’intera catena.

Secondo uno studio della Commissione europea, oltre il 50% delle recenti carenze di medicinali nell’Ue è legato a problemi produttivi, spesso connessi alla limitata diversificazione delle fonti di principi attivi farmaceutici. A questo si aggiungono picchi improvvisi di domanda, come quelli registrati nell’inverno 2022 per l’amoxicillina pediatrica, che hanno messo sotto pressione un sistema già teso.

Il paradosso è che molte delle molecole coinvolte sono fuori brevetto. Nel 2023 la European Medicines Agency ha pubblicato il primo elenco europeo dei medicinali critici, aggiornato nel 2024: più di 270 principi attivi essenziali per infezioni, patologie cardiovascolari, oncologia e disturbi mentali. Sono farmaci di uso comune, spesso a basso prezzo unitario, ma con un impatto sistemico enorme. Se mancano, l’intera rete sanitaria ne risente.

Ed è qui che entra in gioco la variabile economica. Per contenere la spesa pubblica, molti Stati membri hanno adottato politiche aggressive di riduzione dei prezzi dei generici, assegnando gare quasi esclusivamente al prezzo più basso. Una strategia efficace nel breve periodo, ma che ha compresso i margini industriali e incentivato la delocalizzazione verso Paesi a minor costo del lavoro e minori oneri ambientali. “Alcuni farmaci costano meno di una gomma da masticare”, ha osservato Antoni Torres, presidente della Federazione delle Associazioni di Farmacia della Catalogna, descrivendo una spirale che spinge le aziende a privilegiare i mercati più remunerativi.

Il risultato è una concentrazione produttiva estrema. Per diverse molecole critiche, uno o due stabilimenti a livello globale coprono gran parte della domanda. In queste condizioni, un problema di qualità, un’interruzione energetica o una decisione politica possono avere effetti immediati su interi sistemi sanitari.

La dimensione non è solo sanitaria, ma geopolitica. Nella lettera citata da Reuters, i ministri europei hanno avvertito che una dipendenza eccessiva da pochi Paesi terzi può trasformarsi in vulnerabilità per la sicurezza dell’Unione. Antibiotici e anestetici non sono essenziali soltanto per la medicina civile, ma anche per scenari di emergenza e difesa. In parallelo, negli Stati Uniti si discute di possibili dazi sul settore farmaceutico per riportare la produzione sul territorio nazionale. Nel 2023 Washington è diventata il maggiore importatore mondiale di prodotti farmaceutici, mentre l’Europa rimane uno dei principali esportatori. Una guerra commerciale in questo comparto non ridurrebbe le interdipendenze: le renderebbe più instabili.

È in questo contesto che nasce il Critical Medicines Act, parte della più ampia riforma della legislazione farmaceutica europea. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la disponibilità dei farmaci lungo l’intera catena del valore, dalla produzione alla distribuzione, riducendo la dipendenza da fornitori unici e incentivando la capacità industriale interna. Tra le misure previste vi sono il sostegno a progetti strategici per la produzione di Api e medicinali essenziali, procedure autorizzative accelerate, maggiore coordinamento tra Stati membri e un ripensamento delle regole sugli appalti pubblici.

La proposta invita a superare la logica del prezzo come unico criterio, introducendo valutazioni legate alla sicurezza di approvvigionamento e alla diversificazione delle fonti. Si parla anche di meccanismi di acquisto congiunto su base volontaria e di una migliore gestione delle scorte per evitare che il nazionalismo sanitario alimenti ulteriori squilibri tra Paesi.

Resta però il nodo politico. Le decisioni sugli appalti continuano a essere prerogativa nazionale, e i bilanci sanitari sono sottoposti a pressioni crescenti. Ogni euro risparmiato su un generico può finanziare nuove terapie oncologiche o trattamenti innovativi. Ma la riduzione sistematica dei prezzi ha un costo nascosto: la progressiva erosione della base industriale e della resilienza della filiera.

La catena del farmaco è un’infrastruttura critica che raramente compare nei titoli. Non ha la visibilità delle reti energetiche o delle telecomunicazioni, ma ne condivide la centralità. Finché funziona, resta invisibile. Quando si interrompe, la conseguenza non è un ritardo nella consegna, ma una terapia rinviata, un intervento posticipato, un reparto costretto a razionare.

L’Europa si trova di fronte a una scelta che va oltre il perimetro sanitario. Continuare a privilegiare il prezzo come unico parametro significa accettare una dipendenza strutturale da rotte e stabilimenti lontani. Investire in autonomia industriale implica costi più elevati nel breve periodo. La domanda, ora, non è se la filiera globale sia efficiente. È quanto sia sicura quando il mondo smette di esserlo.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di aprile 2026 (numero 3, anno 9)

 

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