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Le conseguenze economiche dell’allarme coronavirus

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Le mascherine in metro e sugli autobus, a proteggere lineamenti non solo orientali, sono forse il segno più tangibile, più diffuso, di come l’allarme coronavirus sia entrato di prepotenza nella quotidianità italiana, sfidando ad ogni nuovo aggiornamento il confine con una psicosi tanto dannosa quanto, forse, inutile. Lo stato d’emergenza, necessario o no, deciso dal Governo (“una presa d’atto della decisione dell’emergenza globale dell’Oms”, si dice a palazzo Chigi) dopo i casi di contagio confermati di due turisti cinesi a Roma, sicuramente non migliora la percezione che la popolazione ha dell’emergenza. Una percezione che, inevitabilmente, ha conseguenze sull’economia.

Innanzitutto, il discorso macroeconomico è evidente: se si ferma la Cina, rallenta il mondo. “C’è una preoccupazione in questa direzione, basta vedere l’adamento delle Borse, e gli effetti si potranno vedere entro due mesi circa”, dice il Segretario Generale di Confesercenti, Mauro Bussoni, intervistato dall’Adnkronos. Poi Bussoni si concentra soprattutto sulle conseguenze sul turismo: “La spesa dei turisti cinesi in Italia è arrivata a 626 milioni di euro nel 2018”, anno in cui “in Italia abbiamo registrato 3,2 milioni di arrivi di turisti cinesi e 5,3 milioni di presenze sul nostro territorio”. Si stima, (si stimava, prima del virus e dell’interruzione dei voli tra Cina e Italia), anche una crescita di arrivi nel 2019 e nel 2020, dice il segretario. A preoccupare è la “componente psicologica”: “È una follia collegare il coronavirus a tutti i cinesi in genere. Il virus ha una collocazione geografica, non è legato ad una etnia” ma “temo si manifestino eccessi”.

Il coronavirus cinese “è un problema serio” per le relazioni economiche fra Italia e Cina anche secondo Vincenzo Petrone, direttore generale della Fondazione Italia Cina, contattato sempre dall’Adnkronos. “E’ un danno importante diretto sull’economia ricettiva italiana, come alberghi e ristoranti, e indiretto sul settore della moda e del lusso”. Quest’anno, che è anche l’anno della cultura italiana in Cina e della cultura cinese in Italia, “ci attendevamo un aumento dell’export italiano verso la Cina dell’8% e altrettanto sul piano del turismo”, continua Petrone, e “ogni anno in Italia si registrano 5 milioni di presenze alberghiere di turisti cinesi, un numero molto importante”. Il problema, spiega il direttore generale della Fondazione Italia Cina, è che “circa il 25% del totale del turismo della Cina verso l’estero si fa nella settimana del capodanno cinese. Quindi un quarto di quel valore si può ritenere perduto per quest’anno”. Così come “circa il 37% dei beni di lusso italiani sono venduti in Italia a turisti cinesi”. Per non parlare “delle nostre 1.700 aziende presenti in Cina, che sono ferme. Si tratterà di mancata produzione e mancati ricavi per numeri importanti”, conclude Petrone.

Poi, ci sono le imprese. Quelle cinesi nel nostro Paese, ad esempio, in cui già si segnalano conseguenze da psicosi collettiva. “In Italia sono stati censiti circa 50mila piccoli imprenditori cinesi, di cui 20mila impegnati nel settore del commercio, 7 mila nel settore della ristorazione e del turismo e 4mila nei servizi alle persone come parrucchieri o estetisti”, dice Bussoni, parlando con l’Adnkronos dell’allarme legato al coronavirus.

Ma ci sono anche le imprese italiane che esportano in Cina. Il 60% di queste si aspetta conseguenze sui rapporti commerciali con Pechino a causa della diffusione del coronavirus. Un terzo degli imprenditori, invece, resta ottimista. La metà delle imprese esportatrici ha già subito contraccolpi, ma per sei imprenditori su dieci è ancora presto per fare delle previsioni e bisogna aspettare per capire meglio le conseguenze. La rilevazione l’ha fatta Promos Italia – Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, su oltre 200 imprenditori che esportano verso la Cina.

“Dalla nostra indagine emerge che alcune conseguenze per il business delle nostre imprese in Cina sono già tangibili – spiega Alessandro Gelli, direttore di Promos Italia – e che la preoccupazione per l’evoluzione degli affari nei prossimi mesi è alta. La maggioranza delle imprese intervistate, infatti, ritiene che, se la situazione non migliorerà, i rapporti economici con la Cina potranno ridursi. Detto ciò – prosegue Gelli – la maggior parte delle imprese ritiene che le informazioni ad oggi disponibili siano ancora troppo frammentarie e confuse per poter calcolare con chiarezza le ricadute che questa emergenza avrà sui loro affari nel breve-medio periodo, ma al contempoquesta incertezza genera inevitabile preoccupazione”. È di oltre 13 miliardi in nove mesi l’interscambio lombardo con la Cina sui 34 miliardi italiani. La Lombardia rappresenta più di un terzo del totale nazionale (38,7%). L’import da solo vale circa 10 miliardi sui 24 miliardi nazionali (41%) e l’export 3 miliardi su 9 miliardi (33%).

Il coronavirus cinese sarà un problema importante per i rapporti commerciali con la Cina, quindi. Ma, una volta passata la fase acuta, l’Italia deve farsi trovare preparata per cogliere il rimbalzo del turismo e del commercio e deve preparare campagne promozionali e di comunicazione del Made in Italy in Cina. Secondo il direttore generale della Fondazione Italia Cina. “La Cina ha già dimostrato con la Sars nel 2002-2003 di avere una straordinaria capacità di recupero”. “Nella seconda metà di quest’anno se ci attrezziamo bene potremmo recuperare quello che stiamo perdendo nella prima metà dell’anno”. Ma questo, avverte, “dipende molto anche dalle istituzioni. Si dovrebbero preparare delle campagne promozionali importanti sia sul piano della produzione italiana di beni di lusso e alimentari sia del turismo. Bisogna preparare una campagna di promozione e di comunicazione istituzionale”. Anche perché, sottolinea Petrone, “in questo momento la Cina si sente un po’ tagliata fuori dal mondo e chi oggi fa un gesto politico, di comunicazione e di vicinanza al popolo cinese, secondo me ne ricaverebbe vantaggi importanti”.

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