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Coronavirus, “sono a rischio ma non mi fanno il tampone”

Covid tampone

Questa è la storia di Marco: un potenziale contagiato da coronavirus. Ma, prima ancora che la storia di Marco, è la rappresentazione di un sistema sanitario che, davanti all’emergenza, rischia di andare in tilt. Marco ha girato diversi ospedali di Lodi e provincia, incluso quello di Codogno dove è stato ufficialmente diagnosticato il primo paziente positivo al nuovo coronavirus. Fa parte del suo lavoro visitare gli ospedali. E questo accadeva alla vigilia della prima visita del Paziente 1 all’istituto di Codogno. Da lì, Marco – così lo chiamiamo per proteggere l’identità del protagonista di questa storia – prima che scoppiasse l’emergenza sul suolo italiano, ha proseguito il suo viaggio di lavoro visitando diversi ospedali in Sardegna, toccando quelli sparsi per le province di Sassari, Cagliari, Oristano e così via. Ma durante questo ‘tour’ si rende conto di non sentirsi molto bene. Un po’ di tosse e mal di gola. Torna in Liguria, la regione in cui vive, e nel frattempo si diffonde la notizia: è arrivato il primo caso di Covid-19 in Italia. Marco, che continua a presentare i sintomi tipici dell’esordio dell’infezione, si preoccupa e, per evitare di poter contagiare altre persone in caso di positività al virus, si chiude in casa. Lui e la sua fidanzata. E inizia l’assurda trafila per cercare di capire cosa deve fare.

Prima i tentativi di telefonare al numero d’emergenza dedicato, il 1500, ma “non ti mettono neanche in attesa, cade direttamente la linea”, racconta. Non sapendo come procedere prova con il numero d’emergenza fornito dalla Regione Lombardia, “essendo stato a Codogno speravo potessero darmi qualche indicazione”, ma anche qui, stessa situazione del 1500. “Impossibile parlare con qualcuno”. Passano il tempo e i ripetuti tentativi. “Ho provato a chiamare anche il pronto soccorso di uno dei maggiori ospedali di Genova, il Galliera, ma non hanno saputo darmi indicazioni. Alla fine ho chiamato il 112, so che non andava fatto per lasciare la precedenza alle emergenze, ma non sapevo più come muovermi e non volevo uscire di casa per scongiurare il rischio di contagiare altre persone – racconta – anche in questo caso ci ho messo mezz’ora a parlare con qualcuno. Mi hanno chiesto di lasciare il numero di telefono che sarei stato ricontattato”.

Marco viene contattato più tardi nella giornata. Racconta la sua trafila, e più che essere preoccupato per la sua salute (è giovane), lo è per quella delle persone che potrebbe aver contagiato nel caso in cui lui fosse positivo al virus. Specialmente avendo visitato così tanti ospedali. Ma dall’altra parte della cornetta parte un summit tra gli operatori sanitari: “Li sentivo mentre discutevano: ‘Cosa facciamo? Gli facciamo un tampone?’, ‘Ma no, non ha la febbre, aspettiamo e capiamo se gli viene la febbre’, insomma, alla fine non mi danno una risposta e mi dicono di aspettare che sarei stato nuovamente ricontattato”. Marco aspetta. La sera viene chiamato da un numero di cellulare, un operatore sanitario che non si identifica gli spiega che deve fare 15 giorni di quarantena in casa a partire dal giorno del presunto contagio. E deve monitorare la febbre ogni due o tre ore. Nel caso in cui salga procederanno con il tampone. Marco cerca di spiegare che nel frattempo ha fatto tante visite agli ospedali, che è preoccupato che possa aver contagiato qualcuno. Che anche la sua fidanzata ora è in casa, in modo da evitare eventuali contagi: “Dall’altra parte della cornetta mi hanno risposto che se era per ‘sostegno morale’ andava bene che anche la mia fidanzata facesse la quarantena. Sono rimasto tra il perplesso e il basito”.

Nel frattempo, un collega di Marco che abita in Veneto e che aveva visitato a sua volta l’ospedale di Codogno nei giorni ‘a rischio’ si reca direttamente in un ospedale di Padova dove gli danno una mascherina, gli fanno nell’immediato il tampone, e dopo 48 ore gli comunicano il risultato: negativo. Marco, invece, è chiuso in casa fino a fine febbraio. Giorni in cui non potrà lavorare. Qualora non salisse la febbre, a Marco rimarrebbe comunque il dubbio di avere o meno contratto il virus. E di avere o meno rischiato di contagiare qualcuno durante il suo giro per i diversi ospedali.

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