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Coronavirus, gli italiani sanno seguire le regole?

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Questa mattina un lungo articolo del New York Times titolava: “Ma gli italiani sanno seguire le regole?”. L’indiscusso riferimento al grande esodo dalla Lombardia dopo la sconcertante ‘fuga di notizie’ su un provvedimento – il Dpcm di ‘chiusura’ della Regione – che andava comunicato una volta entrato in vigore, e non con anticipazioni che ne hanno compromesso l’efficacia, a mio parere pone un’altra inevitabile domanda: “Ma gli italiani sanno dare regole, farle rispettare, e comunicare in situazioni di crisi?”.

Tra accuse e smentite, volendo credere in una fuga involontaria di notizie, bisogna ammettere che sicuramente non brilliamo per disciplina. Il New York Times si dilunga in un excursus su un famoso studio degli anni ’60 a firma di Luigi Barzini, mirato a spiegare il comportamento della popolazione: “egli attribuì il valore della furbizia all’abitudine dell’Italia di essere conquistata e governata da una lunga serie di odiati stranieri, da Napoleone agli Asburgo. ‘Sotto la superficie gli italiani hanno inventato modi per sconfiggere le regole oppressive'”, scrive il Nyt citando Barzini. Le leggi, nota quindi il Nyt, “sono diventate un male necessario se non altro perché hanno fornito la gioia di eluderle”.

Non è dunque una caratteristica tipicamente italiana quella di seguire pedissequamente le regole. Spesso invece di essere percepite come un ponte verso un sistema che funziona meglio, un ingranaggio necessario per vivere in libertà, sono vissute come un mezzo di repressione. Ma vorrei spezzare anche una lancia a favore di una popolazione che nel giro di due settimane si è ritrovata bombardata da messaggi letteralmente contrastanti. Da ‘evitate ogni contatto’, passando per ‘#Milanononsiferma‘, a ‘#iostoacasa‘, una miriade di contenuti che hanno letteralmente mandato in confusione la maggior parte della popolazione, dal commerciante all’amministratore delegato, dal professore allo studente.

A fasi in cui persino i professionisti del settore definivano il Covid-19 meno pericoloso di un’influenza, si sono alternate fasi in cui i medesimi esperti hanno cominciato a dire che ‘paragonare questo virus a un’influenza è da incoscienti’. Ci sono stati specialisti che fin da subito hanno avuto l’onestà intellettuale di dire che non si conosceva ancora abbastanza bene la patologia per poter dare un giudizio di merito, e che proprio per questo hanno invitato a non prendere sottogamba la situazione. Ci sono stati opinionisti o presunti tali che hanno cercato di chiarire e chiarirsi le idee, e altri che principalmente hanno creato confusione. Perché purtroppo quando si parla di salute forse sarebbe meglio lasciare spazio ai fatti e a chi ha studiato per poterne parlare con coscienza, più che elaborare fantasiose teorie. E poi c’è stata la politica. Non sono mancati i soliti sciacalli che hanno voluto trarre il massimo ‘profitto’ elettorale dall’emergenza, a cui si sono alternati tentativi maldestri di iniziative ‘mordi e fuggi’: prima le comunicazioni ai giornalisti, per poi affermare che non era vero niente e che era tutto in forse. Mi chiedo, in questo enorme calderone, quale sia stata la strategia di comunicazione da parte del governo.

Forse noi italiani siamo per indole poco inclini al rispetto delle regole, ma credo anche che se agli italiani viene fatto chiaramente capire il livello di rischio che corrono, gli italiani ascoltino. Chi non ascolta è perché non ha percepito il pericolo. Voglio avere fiducia negli italiani, in questo senso. Indorare la pillola per non scatenare ‘crisi di panico’, o per arginare i danni economici presentandosi con un finto sorriso agli occhi degli investitori esteri, non è stato produttivo. Sicuramente la questione economica costituisce un nodo fondamentale che non dev’essere posto in secondo piano, perché quando questa crisi finirà, perché finirà, tutti dovranno fare i conti con le rovine che questa emergenza si lascerà alle spalle. Sicuramente dal punto di vista della comunicazione è una situazione complicatissima da gestire, ma dare la colpa agli italiani per la mancanza di percezione del pericolo in questa situazione, è come dare la colpa agli italiani se l’economia italiana arranca e le leggi non vengono rispettate.

Forse, più che degli italiani, la colpa – se proprio di colpa dobbiamo parlare – è di chi non sa far rispettare le leggi e non riesce a creare le condizioni per far galoppare l’economia in un Paese che sforna i migliori ricercatori, i migliori stilisti, i migliori chef, i migliori in tantissimi settori, al mondo. Tra i migliori, inserisco anche i migliori medici e il miglior sistema sanitario nazionale, che in questo momento storico sta facendo un miracolo. Un sistema tanto denigrato da chi non conosce cosa succede fuori dai nostri confini, un sistema fatto di eccellenze e che riesce ad andare avanti nonostante i continui tagli che arrivano secchi, come scudisciate, di anno in anno.

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