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Forum Sostenibilità, l’healthcare e il problema degli investimenti

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healthcare, forum sostenibilità

Nel primo giorno del Forum Sostenibilità di Fortune Italia abbiamo premiato startup sostenibili, parlato del futuro delle rinnovabili, affrontato il tema Recovery fund e le opportunità che apre per la sostenibilità. E abbiamo declinato il tema in tre macro-argomenti, a ognuno dei quali abbiamo dedicato una tavola rotonda: energia, finanza, lavoro. Nella seconda giornata di Forum, affrontiamo altri due temi, con altre due tavole: industria ed healthcare.

 

In quella dedicata alla salute, dopo la videopresentazione e i dati di scenario a cura di Lorenzo Positano, Managing director & Partner BCG, si sono confrontati Silvio Angelo Garattini, Presidente e Fondatore Istituto Mario Negri, Francesca Pasinelli, Direttore Generale Fondazione Telethon, Federico Chinni, Managing Director UCB Italy, Francesco De Santis, Componente del Comitato di Presidenza Farmindustria, coordinati da Loredana Errico di Adnkronos Prometeo.

 

Secondo Garattini, in Italia, abbiamo “la metà dei ricercatori della media europea e ogni anno continuiamo a perdere cervelli, perché la ricerca in Italia è molto difficile. La sperimentazione animale, ad esmepio, è pressoché impossibile. Abbiamo il problema dei finanziamenti, che non sappiamo quando arrivano e che sono la metà rispetto alla media dell’UE. C’è poca attenzione per la ricerca nel nostro Paese”. Per quanto riguarda il SSN “occorre fare un cambiamento culturale fondamentale perché dobbiamo pensare che più del 50% delle malattie non piovono dal cielo”. È importante quindi la prevenzione, oltre al diritto alla salute. “Possiamo fare molto di più per il SSN se abbiamo un numero minore di persone malate”. Ma la ricerca “non può essere improvvisata, ma vanno fatti dei programmi. Una delle proposte è quella di avere un’agenzia che si occupi della ricerca scientifica perché oggi i fondi disponibili sono sparsi tra i vari ministeri”.

 

Anche Francesca Pasinelli parla della farraginosità e della disponibilità di fondi per la ricerca, e del ruolo svolto dall’industria farmaceutica. “La costruzione del farmaco è dal punto di vista economico molto onerosa. L’industria ha bisogno per questo di un ritorno. Ma non esistono solo malattie comuni, bensì anche quelle rare, che sono quelle di cui ci occupiamo noi”, sulle quali c’è bisogno di maggiori risorse. “Ciascuno ha diritto di una cura, è scritto nell’agenda 2030 dell’ONU, che si riferisce al principio che nessuno deve rimanere indietro. Neanche chi ha malattie rare”. Per poter fare sviluppo sue queste malattie “ci si deve adeguare a standard richiesti, ma il livello di investimento e le strutture necessarie non sono quelle tipiche, non sono quelle finanziate dai finanziamenti già scarsi di cui si dispone”. Le variabili da considerare per le malattie rare sono diverse dalle altre: “Aspettative di vita bassa del paziente ma anche assistenza perenne dei genitori. Queste malattie hanno un costo per la società che deve essere guardato nell’insieme. Il costo sarebbe inferiore se ci fossero strutture adeguate. Se vado a vedere i costi che abbiamo per sviluppare le prossime terapie per le malattie che stiamo sviluppando, rispetto a prime terapie che abbiamo sviluppato, i costi sono lievitati enormemente. Telethon dice non siamo più in grado di affrontare questi costi. E questo è inaccettabile”. Le terapie per malattie rare “non sono ritenute attraenti per le industrie, anche se potenzialmente esiste la possibilità di immaginare di curarle, ma non viene fatto. Per Telethon questo è inaccettabile. Manca programmazione e consapevolezza su cosa serva veramente. Non è che non vengano lanciati investimenti, anche in Italia, ma con una stima di costi e esigenze irrealistiche, che vanificano gli investimenti”.

 

Secondo Federico Chinni in una multinazionale (come Ucb Pharma) la sostenibilità può essere declinata in vari modi. Perché oltre a quella ambientale c’è anche quella economica e sociale, della comunità in cui si opera. Per questo si deve passare anche dall’innovazione scientifica: “l’idea è quella di muoversi orientando la ricerca verso malattie senza ancora una cura e malattie rare. Il target finale è la terapia genica, su cui abbiamo fatto varie acquisizioni recentemente. Per farlo serve un’alta percentuale dei ricavi su ricerca e sviluppo. In Italia abbiamo siamo attivi nel mondo dell’epilessia per ragionare su come avere un’implementazione concreta della telemedicina, dalla piattaforma tecnologica alla fruibilità da parte dei pazienti, e abbiamo avviato la consegna a domicilio dei medicinali. Queste iniziative continueranno proprio seguendo il tema sostenibilità, incidendo sul tempo speso dai pazienti per essere curati”. L’altra linea di condotta da seguire è quella di lavorare su salute, sicurezza e benessere dei dipendenti. Con la pandemia abbiamo immediatamente tenuto i dipendenti a casa, avevamo già implementato il lavoro a distanza una volta a settimana, abbiamo lasciato ai collaboratori la possibilità di decidere quando fosse più opportuno andare in ufficio, togliendo il badge e sostituendo la cifra che si usava per misurare il lavoro, cioè il tempo speso in ufficio, con gli obiettivi e la fiducia. E questo ha un grande impatto sulla sostenibilità perché lascia intatta alle persone la possibilità di decidere dove lavorare con migliori conseguenze sul loro benessere. Per quanto riguarda l’ambiente, vogliamo diventare Carbon neutral entro il 2030. A livello di affiliata italiana cerchiamo di applicare questa missione nonostante non abbiamo una fabbrica sul territorio: allora ci concentriamo su emissioni indirette, introducendo ad esempio macchine ibride e elettriche e colonnine di ricarica per la flotta aziendale”.

 

 

Anche Francesco De Santis dice che “non si può generare buoni progetti di ricerca senza risorse economiche adeguate. L’economia è fondamentale, ma dall’altra parte è importate anche la salute, e lo abbiamo visto con il Covid come l’economia abbia rischiato di collassare. Oltre alle possibilità aperte dai fondi europei, Francesco De Santis ricorda come il tessuto imprenditoriale farmaceutico italiano sia molto attivo. L’Italia “è uno dei grandi Paesi produttori di farmaci, 20 anni fa eravamo decimi, oggi siamo al primo posto in Europa per i principi attivi (al massimo secondi dopo la Germania), un settore che è cresciuto costantemente, ci sono 173 impianti sul territorio. Abbiamo anche un sistema della ricerca che è vero, è meno competitivo di altri Paesi, ci sono meno risorse, ma vediamo che le grandi aziende aumentano la quota della ricerca nei grandi trial”. Detto questo, “l’integrazione pubblico privato in Italia non è sicuramente delle migliori. La cultura della parte universitaria che genera idee non ha spesso la possibilità di arrivare all’industrializzazione successiva”.

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