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Covid vola in Italia e crescono i ricoveri, rischio ‘lockdown di fatto’

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Il caldo è torrido, ma i numeri di Covid-19 in Italia sono quelli dell’inverno. Questa settimana crescono del 55% i contagi, ma anche i ricoveri e le terapie intensive. Ed è iniziata (come avevano previsto alcuni ricercatori) anche la risalila dei decessi. Mentre impazza la polemica sui maxi-eventi, dai concerti alle manifestazioni, si rinnova l’appello per la quarta dose (che resta ala palo) e le mascherine.

Il ragionamento degli esperti di Fondazione Gimbe è semplice: se continuiamo così, il pericolo è quello dell’interruzione dei servizi e di un duro colpo per l’economia, che già sta facendo i conti con la crisi delle materie prime e l’effetto della guerra in Ucraina. Insomma, rischiamo un (inatteso e pesante) lockdown di fatto, dovuto all’impennata dei casi Covid fra lavoratori, turisti e nelle strutture sanitarie.

Ecco allora che ancora una volta il monitoraggio della Fondazione Gimbe suona come una sveglia:  nella settimana 29 giugno-5 luglio 2022, rispetto alla precedente, si è registrato un aumento di nuovi casi Covid (595.349 contro 384.093) e decessi (464 vs 392). In crescita anche i casi attualmente positivi, che sono 1.087.272 (da 773.450), le persone in isolamento domiciliare (1.078.946 vs 767.178), i ricoveri con sintomi (8.003 vs 6.035) e le terapie intensive (323 vs 237). Rispetto alla settimana precedente, si registrano le seguenti variazioni:

Decessi: 464 (+18,4%), di cui 27 riferiti a periodi precedenti
Terapia intensiva: +86 (+36,3%)
Ricoverati con sintomi: +1.968 (+32,6%)
Isolamento domiciliare: +311.768 (+40,6%)
Nuovi casi: 595.349 (+55%)
Casi attualmente positivi: +313.822 (+40,6%)


L’aumento dei nuovi casi settimanali, sottolinea Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, “per la terza settimana consecutiva supera il 50%, con un tempo di raddoppio dei casi di circa 10 giorni. Nella settimana 29 giugno-5 luglio i nuovi casi si attestano oltre quota 595 mila, con una media mobile a 7 giorni che supera gli 85 mila casi al giorno”. Tutte le Regioni registrano un incremento percentuale dei nuovi casi: dal 24,7% della Sardegna al 95,9% della Lombardia, ancora una volta pesantemente colpita da Covid-19.

Protagoniste di questa stagione all’insegna di Omicron 5 sono le reinfezioni: secondo l’ultimo report dell’Istituto Superiore di Sanità, nel periodo 24 agosto 2021-28 giugno 2022 sono state registrate in Italia oltre 587 mila reinfezioni, pari al 4% del totale dei casi. La loro incidenza nella settimana 22-28 giugno si è attestata al 9,5% ( 30.941 reinfezioni), in aumento rispetto alla settimana precedente (8,4%).

Crescono i tamponi totali (+33,3%), in particolare quelli rapidi. E con questo andamento ‘a valanga’, Covid si fa sentire anche “sul fronte degli ospedali – afferma Marco Mosti, direttore operativo Gimbe – Continuano ad aumentare i ricoveri sia in area medica (+32,6%) che in terapia intensiva (+36,3%)”.

In particolare, in area critica i posti letto occupati sono saliti a 323 il 5 luglio; in area medica, invece, si sale a quota 8.003. Al 5 luglio il tasso nazionale di occupazione da parte di pazienti Covid è del 12,5% in area medica (dal 6,6% del Piemonte al 32,2% dell’Umbria) e del 3,5% in area critica (dallo 0% della Valle D’Aosta all’8,1% dell’Umbria). Percentuali ancora non da allarme rosso, ma bisogna dire che in molte strutture si stanno riaprendo i reparti Covid. E l’attuale ondata estiva non può non avere riflessi sull’assistenza per le patologie ordinarie, in un periodo che – anche per gli operatori sanitari – è quello delle ferie.

“Segnano un netto aumento anche gli ingressi giornalieri in terapia intensiva – puntualizza Mosti – con una media mobile a 7 giorni di 40 ingressi/die rispetto ai 29 della settimana precedente”.

Secondo Gimbe nel dibattito pubblico e professionale il quadro ospedaliero viene spesso minimizzato, sia per l’attuale limitato impatto dell’ondata sulle terapie intensive, sia “per la capziosa distinzione tra pazienti ricoverati in area medica con Covid e per Covid. Anche se siamo ancora molto lontani da situazioni di grave sovraccarico ospedaliero – dice Cartabellotta – esistono reali motivi di preoccupazione. Innanzitutto, l’occupazione dei posti letto è destinata ad aumentare nelle prossime settimane, in un periodo in cui tra ferie estive e assenze per isolamento il personale sanitario è numericamente ridotto, con conseguente peggioramento della qualità dell’assistenza e aumento dello stress su chi è in servizio. In secondo luogo, la maggior parte dei ricoveri in area medica riguarda pazienti anziani con patologie multiple, nelle quali Covid peggiora un equilibrio di salute già instabile. Infine, il progressivo sovraccarico ospedaliero porta a rimandare prestazioni chirurgiche e visite specialistiche non urgenti, alimentando quelle liste di attesa che le Regioni – nonostante quasi un miliardo di euro stanziato dal Governo – non sono ancora riuscite a recuperare con buona pace dei pazienti bloccati in un limbo di cui si fatica a intravedere la fine”.

Resta aperta la questione ‘quarta dose’, che non ha convinto gli italiani. “Il netto aumento della circolazione virale aumenta la probabilità di contagio e lo sviluppo di malattia grave in chi ha fatto la terza dose da oltre 120 giorni: per questo appare un vero azzardo la scelta di rimandare la quarta dose all’autunno con i “vaccini aggiornati” – insiste Cartabellotta – di cui ad oggi non si conoscono né le tempistiche di reale disponibilità né gli effetti sulla malattia grave. In tal senso è inaccettabile che, mentre la somministrazione delle quarte dosi per i pazienti vulnerabili rimane sostanzialmente al palo, peraltro con rilevanti diseguaglianze regionali, il dibattito si sposti sull’opportunità di allargare la platea a tutti gli over 70, senza prima potenziare le capacità di chiamata attiva da parte delle Regioni “a fondo classifica””.

Per il presidente Gimbe “è fondamentale agire su due fronti. Oltre ad accelerare ora la somministrazione della quarta dose nei pazienti vulnerabili, è indispensabile contenere la circolazione virale utilizzando le mascherine al chiuso, in particolare in luoghi affollati e poco ventilati, oltre che all’aperto in condizioni di grandi assembramenti con attività ad elevata probabilità di contagio. Infatti, al di là della scelta individuale di dichiarare alle autorità sanitarie la propria positività, l’isolamento domiciliare non è sinonimo di asintomaticità e bisogna chiedersi quanto costa al Paese (giornate lavorative perse, attività chiuse per Covid, vacanze cancellate, etc.) un’elevata percentuale di popolazione sintomatica o isolata a domicilio, che peraltro rischia di determinare un “lockdown di fatto” su vari servizi, inclusi quelli turistici”.

Insomma, con buona pace di vaccinati e guariti, i vaccini hanno sì ridotto ospedalizzazioni e mortalità, ma “oggi l’utilizzo della mascherina rimane lo strumento più efficace che ciascuno di noi ha per arginare la diffusione del virus: utilizziamola, facciamolo per la nostra salute, per i professionisti sanitari stremati da due anni e mezzo di pandemia, per l’economia del nostro Paese e per non ritrovarci nuovamente con gli ospedali in sovraccarico che causano inaccettabili ritardi alle cure di tutti i cittadini”.

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