Dieci farmaci innovativi entro il 2030, parla da Silva (Gilead Italia)

Frederico da Silva (Gilead)
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Quella di Covid-19 è stata una sfida “vinta grazie a farmaci e vaccini e da cui abbiamo tutti imparato molto”. Ma anche un “salto in avanti” per il pharma, “grazie all’ammodernamento dei sistemi informatici e delle modalità di lavoro”, che ci ha permesso di capire l’importanza di “investire con continuità” sulla salute, facendo emergere nuovi modelli di collaborazione. Il nuovo Ad di Gilead Sciences Italia Frederico da Silva racconta a Fortune Italia i suoi progetti per un’azienda votata all’innovazione, che punta a fare la differenza anche nel nostro Paese. Con un obiettivo preciso: portare 10 nuove terapie trasformative entro il 2030 in Italia (mentre studia un vaccino terapeutico anti-Hiv).

Dottor da Silva, lei è da poco arrivato in Gilead Italia, che azienda ha trovato?

Durante i miei 17 anni in Gilead ho avuto modo di assistere all’evoluzione di quest’azienda. Quello che rimane costante sono l’ambizione e l’impegno di chi ci lavora e, naturalmente, i valori condivisi. In Italia ho trovato un’azienda perfettamente integrata con il territorio, partnership produttive che ci hanno resi un hub europeo e partnership scientifiche di grande valore. Sono solo due esempi di come in poco più di 20 anni siamo riusciti a fare la differenza anche i Italia. 

In che modo il pharma è cambiato in questi anni di pandemia e, secondo lei, quali sono le lezioni di Covid-19 che non dobbiamo dimenticare?

Gli anni della pandemia sono stati una grande sfida per tutto il sistema salute, non solo per il comparto farmaceutico. Una sfida vinta grazie a farmaci e vaccini e da cui abbiamo tutti imparato molto. Ma non solo: come azienda, e credo che riguardi un po’ tutto l’ecosistema produttivo, abbiamo fatto un salto in avanti grazie all’ ammodernamento dei sistemi informatici e delle modalità di lavoro. 

Abbiamo senz’altro compreso il valore e la priorità del ‘bene salute’, senza il quale non ci può essere sviluppo economico e sociale e su cui è necessario investire con continuità. Abbiamo imparato che sono possibili nuovi modelli di collaborazione tra sanità pubblica e industria farmaceutica, in grado di migliorare significativamente l’accesso alle terapie e semplificare i percorsi di cura. Penso ad esempio alla riduzione dei tempi approvativi per farmaci e vaccini per Covid-19 adottati in piena pandemia o all’esempio virtuoso dell’istituzione di un comitato etico unico, che di fatto si è rivelato un elemento chiave per accelerare il processo valutativo. Noi eravamo e siamo in prima linea anche su questo fronte: solo per darle qualche numero: 11 milioni di pazienti trattati in tutto il mondo, di cui ben 7 milioni in Paesi a basso e medio reddito, 100.000 in Italia. 

Esperienze positive, che dovrebbero diventare prassi consolidate in particolare nell’area delle terapie avanzate, per un più facile e veloce accesso all’innovazione terapeutica e che hanno accelerato la consapevolezza che la sanità futura dovrà vedere tutti gli attori della ‘filiera salute’ collaborare attraverso una rete organizzativa capillare che unisce centro e territorio, pubblico e industria privata.

Una sfida per l’Italia. Quali sono allora le sue priorità per Gilead nel nostro Paese?

Ne abbiamo diverse. Certamente una delle più importanti è fare in modo che i risultati della nostra ricerca possano arrivare nel modo più ampio possibile anche ai pazienti italiani, nel rispetto della sostenibilità per il sistema.

Da 35 anni portiamo ‘al letto del paziente’ farmaci trasformativi, vale a dire farmaci con un impatto realmente significativo sulla storia naturale di malattie gravi, in grado di curarle in via definitiva o di migliorare in modo sostanziale la vita di chi ne è colpito. Questo grazie a un business model ibrido, fatto di una solida ricerca interna unita a competenze esterne acquisite grazie alla collaborazione con altri business partner. È con questo modello che puntiamo a raggiungere l’obiettivo di introdurre 10 nuove terapie trasformative entro il 2030, anche in Italia.

È un obiettivo che però non può prescindere dalla sostenibilità dal punto di vista economico. È l’altra nostra grande sfida per il 2030. La strada l’abbiamo già tracciata con meccanismi di rimborsabilità innovativi e sostenibili come nel caso del “price volume” utilizzato per l’Hcv (epatite C, ndr) e del ‘payment at results’ per le Car-T. Ma anche con l’uso compassionevole e forniture gratuite in contesti particolari, per far fronte a esigenze specifiche ed urgenti non altrimenti risolvibili.

La sua azienda è divenuta celebre per aver sviluppato il primo ‘farmaco gioiello’ per la cura dell’epatite C, com’è oggi la pipeline Gilead e quali sono le novità più interessanti in arrivo?

Abbiamo molte novità in arrivo, nel breve e nel medio termine. Nell’area delle malattie infettive, ad esempio, abbiamo completato il nostro portfolio con il primo farmaco contro l’epatite delta, di cui è attesa la rimborsabilità in Italia a breve.

Sul fronte dell’oncologia entro il 2030 puntiamo a rendere disponibili terapie trasformative con oltre 20 indicazioni, che possano ridefinire gli attuali standard di cura per le patologie tumorali, poter migliorare la vita di oltre 400.000 pazienti e portarci a diventare una delle prime 10 aziende in oncologia. 

Il nostro più recente successo è Trodelvy* (sacituzumab govitecan), da agosto rimborsato in Italia, per il trattamento del tumore al seno triplo negativo, una forma molto aggressiva che non disponeva di opzioni terapeutiche realmente efficaci. Ora stiamo continuando ad esplorarne il potenziale per il trattamento (sia in monoterapia che in combinazione) di diverse altre forme di cancro, tra cui altri tipi di tumore alla mammella e il carcinoma alla vescica.

Stiamo lavorando inoltre per ampliare le potenzialità terapeutiche delle Car-T, che – tra i primi al mondo – abbiamo sviluppato per i tumori del sangue. Sempre in questo contesto si inserisce il recentissimo accordo con la statunitense MacroGenics finalizzato allo sviluppo di anticorpi monoclonali bispecifici per il trattamento di alcuni tumori ematologici, tra cui la leucemia mieloide acuta e le sindromi mielodisplastiche.

Qualche giorno fa è stata la Giornata mondiale dell’Aids, sul fronte delle terapie molte cose sono cambiate in questi anni. Può parlarci del contributo apportato dalla sua azienda?

La storia di Gilead va di pari passo con quella del virus dell’Hiv. Gilead nasce negli anni ’80 in California, periodo e territorio in cui quella che è stata definita’“la piaga del XX secolo’ tocca il suo apice. Se oggi l’Hiv può essere considerata un’infezione cronica, gestibile e non più mortale, è anche grazie al contributo determinante delle nostre terapie. È stata Gilead a rendere disponibile nel 2006 il primo regime a singola compressa che ha sostituito le oltre 20 pillole che il paziente doveva prendere quotidianamente. Oggi l’arsenale terapeutico di Gilead propone sei regimi in singola compressa. Grazie a questi farmaci oggi una persona con Hiv può avere una qualità e aspettativa di vita non diverse da quelle di una persona sana, con un abbassamento della carica virale che rende non trasmissibile l’infezione.

L’obiettivo è puntare a terapie sempre più efficaci, meglio tollerate e che possano migliorare in modo significativo la qualità delle persone con Hiv. Solo da qualche mese è stato approvato da Ema il lenacapavir, che consentirà un’assunzione semestrale. Dallo scorso anno insieme a MSD ne stiamo esplorando le potenzialità, in associazione con islatravir, per accelerare di due anni l’arrivo di un farmaco combinato a lento rilascio, importante non solo per il trattamento del virus, ma anche per la prevenzione della trasmissione dello stesso. Il nostro obiettivo è, però, la cura definitiva: stiamo lavorando a un vaccino terapeutico.

Capitolo lavoro e gender gap: quali sono i numeri di Gilead e quali gli obiettivi dell’azienda nel nostro Paese, in termini di rispetto delle diversità?

Prima mi ha chiesto che versione di Gilead ho trovato qui in Italia: Gilead ha fatto dell’inclusione e della diversità uno dei focus cruciali del proprio operare. E l’Italia non è da meno: le donne rappresentano il 54% dei dipendenti (a fronte di un 49% della media italiana) e occupano il 49% delle posizioni manageriali, senza alcuna differenza di retribuzione tra i generi. Le nostre politiche di welfare si pongono sempre al di sopra degli standard di mercato, offrendo ai dipendenti consulenze supporti ad hoc per diversi aspetti della vita aziendale e privata. 

Come giudica il settore pharma in Italia, in termini di punti di forza e di debolezza?

Vedo competenze eccellenti, direi quasi uniche nella produzione dei principi attivi, che hanno portato le aziende italiane a far parte integrante del nostro network globale di produttori e a fare dell’Italia un hub strategico sotto il profilo produttivo.

Un esempio è stato la produzione in tempi davvero straordinari del remdesivir, il nostro farmaco per Covid-19, il primo ad essere approvato a livello mondiale. Le stesse aziende contribuiscono alla produzione di un altro nostro principio attivo, il sofosbuvir, che ha trasformato la storia di un’altra infezione, quella da virus dell’epatite C. Le competenze italiane sono entrate in gioco anche per la produzione dei nostri farmaci oncologici di più recente approvazione. 

Non è solo il mondo produttivo ad essere un’eccellenza italiana. Penso all’alto livello della ricerca medico-scientifica del Paese, che ci permette di coinvolgere i centri italiani (attualmente più di 100) nella sperimentazione delle nostre terapie. Inoltre, da oltre un decennio supportiamo con bandi di concorso dedicati la ricerca indipendente: negli anni abbiamo premiato quasi 400 progetti con circa 10 milioni di euro. 

Vedo invece nell’eccesso di burocratizzazione rispetto agli altri Paesi europei un punto su cui l’Italia può migliorare, consentendo di liberare ulteriormente le capacità di sviluppo a livello produttivo e di ricerca. Si tratta di risorse importanti per il Paese dato che proprio il settore farmaceutico rappresenta uno dei principali motori dell’economia nazionale, collocandosi ai vertici europei con Germania e Francia.

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