Prevenzione su misura: Paolo Veronesi e le novità contro il tumore al seno

La prevenzione salva la vita Ma oggi può e deve essere “su misura”. A colloquio con Paolo Veronesi, convinto che l’ascolto sia fondamentale per affrontare il tumore al seno con una terapia “confezionata su ogni singola donna”.  Anche senza bisturi.

Quello al seno è il tumore più frequente nelle popolazioni occidentali, quindi anche nel nostro Paese. “Un dato particolarmente significativo, se consideriamo che colpisce solo metà degli abitanti”. Parola di Paolo Veronesi, professore associato in Chirurgia generale presso l’Università degli Studi di Milano e direttore della Divisione di Senologia Chirurgica dell’Istituto Europeo di Oncologia, nonché presidente della Fondazione Umberto Veronesi. Un chirurgo gentile, con la passione per la matematica, che dal padre Umberto ha imparato che l’ascolto è fondamentale per curare “la persona e non la malattia”. E alle italiane rivolge un messaggio chiaro: “Non abbiate paura dei controlli: possono fare davvero la differenza”.

Professore, di che numeri parliamo nel nostro Paese?
Siamo a circa 56.000 nuovi casi all’anno in Italia di tumore della mammella, più di mille ogni settimana.

Avete visto cambiare le pazienti nel corso degli anni?
Come tutti i tumori, più aumenta l’età, più aumenta il rischio. Ma stanno anche crescendo in maniera significativa le diagnosi di tumore nelle giovani donne. E questo non trova una chiara spiegazione: può essere dovuto al fatto che le donne hanno una maggiore consapevolezza, quindi fanno gli esami in un’età più giovane scoprendo il tumore in fase precoce. Ma anche al cambiamento delle abitudini di vita: oggi tendenzialmente le donne non fanno figli presto, la mammella rimane inattiva per almeno vent’anni dopo la pubertà, mentre le gravidanze in giovane età proteggono dal tumore del seno. Ma siamo diventati anche più bravi a intercettare questa malattia, abbiamo mezzi diagnostici sempre più sofisticati. Sappiamo che esiste una predisposizione genetica e aumentano le donne che scoprono di avere queste mutazioni. Ma meno del 10% di tutti i tumori è legato alla genetica, la maggior parte non ha una causa nota.

L’approccio chirurgico è cambiato e oggi, dalla ricerca Ieo, arrivano interessanti novità.
Fino agli anni ’70 per qualunque tumore si toglieva tutta la mammella. Poi è nata la chirurgia conservativa. Negli anni ’90 è la volta della tecnica del linfonodo sentinella. Ora dalla ricerca Ieo arrivano due interessanti novità, rivolte ai tumori molto iniziali e poco aggressivi e a quelli avanzati e molto aggressivi. In questi ambiti la chirurgia potrebbe essere ridimensionata. Dopo la menopausa, per tumori fino a 1,5 cm (non aggressivi biologicamente) in alcuni casi possiamo proporre, all’interno di un protocollo di studio, la crioablazione: la distruzione del tumore attraverso una sonda guidata dall’ecografia, che congela la lesione e il tessuto circostante, creando una bolla di necrosi. Così il tumore viene eliminato completamente. Ci sono determinati criteri da rispettare, ma in futuro la chirurgia per i tumori di piccole dimensioni potrebbe essere evitata. Un altro studio riguarda i tumori più avanzati e molto aggressivi, cioè quelli triplo negativi o che esprimono l’antigene HER2. Oggi lo standard non è più subito la chirurgia, ma cicli di terapia (chemio-immunoterapia o chemioterapia abbinata a una terapia biologica con anticorpi monoclonali). In questi casi, molto spesso, dopo circa sei mesi di terapia vediamo il tumore sparire completamente. Non ce n’è più traccia. A questo punto il nostro studio prevede un’ulteriore biopsia con una sonda e, se l’esame istologico è negativo, si omette l’intervento e si procede solo con la radioterapia o le terapie mediche standard. Dunque in futuro, se lo studio avrà un esito positivo, si potrà evitare la chirurgia.

Come hanno reagito le pazienti?
Tendenzialmente bene: ci sono due categorie di pazienti, quelle che di fronte a una diagnosi di tumore vorrebbero togliere subito tutto quello che si può, per sbarazzarsi di questo ospite indesiderato. E quelle che invece vorrebbero evitare il più possibile l’intervento.

Quanto pesa ancora la paura?
Purtroppo c’è una componente psicologica importante: molte donne – abbiamo fatto un’indagine – non fanno la mammografia per paura di scoprire qualcosa. Allora il messaggio deve essere: non abbiate paura. La prevenzione non solo salva la vita, ma evita anche interventi aggressivi. Perché un tumore scoperto in fase precoce guarisce bene e non necessita di terapie particolarmente pesanti.

Che tipo di controlli consiglia alle donne?
Ogni età ha i suoi esami: sotto i 35-40 anni l’esame più utile è l’ecografia mammaria con sonda con ultrasuoni senza radiazioni; nelle mammelle ricche di tessuto ghiandolare, può scoprire noduli sotto i cinque millimetri. Passati i 40 anni bisogna affiancare la mammografia una volta all’anno. Dopo la menopausa invece si può fare solo la mammografia, evitando l’ecografia. Questo schema generale va adattato a ogni singola donna, perché non ci sono due donne con lo stesso seno, quindi è importante un programma di prevenzione che si adatti alle caratteristiche della paziente.

A settembre si torna al lavoro: è il mese giusto per programmare i controlli?
Tradizionalmente il mese della prevenzione dei tumori è ottobre. Ma già da settembre sarebbe opportuno mettersi in pista per organizzare i controlli: purtroppo non sempre le prenotazioni sono agevoli. Ma è bene ricordare che il nostro Ssn propone la mammografia gratuitamente a tutte le donne a partire dai 45-50 anni, a seconda delle Regioni. Poi ognuno può aggiungere a questi esami di screening anche l’ecografia. Si tratta di controlli che possono fare la differenza: oggi siamo all’87-88% di guarigione in generale, ma nel caso dei tumori del seno scoperti in fase molto precoce superiamo il 95%.

Lei è il figlio di un oncologo amato dalle donne: qual è la lezione di suo padre che porta con sé ancora oggi?
Ho lavorato per trent’anni con mio padre e qualcosa credo di aver appreso (sorride, ndr). A parte l’importanza della visita, della palpazione, della delicatezza, della tecnica chirurgica che mi ha tramandato… la cosa più importante, secondo me, è ascoltare le donne. Ascoltarle davvero, comprenderne l’entourage, la famiglia, i figli: ci aiuta anche a individuare il miglior percorso terapeutico. Perché lo stesso tumore può essere curato in maniera diversa a seconda della persona: occorre comprendere le cure che è disposta ad accettare. Possiamo personalizzare un approccio solo ascoltando la paziente: fare domande, anche stupide, ci aiuta a confezionare un trattamento su misura. Non dimentichiamo che il rischio è che si rivolga a qualche mago, al ‘santone’ che promette cure miracolose.

L’oncologia nel suo caso sembra scritta nel Dna, ma può togliermi una curiosità: da bambino che lavoro pensava di fare da grande?
Ero fanatico dello sport e pensavo di iscrivermi a Matematica. Ero fissato con le materie Stem, ma devo dire che tutto sommato la chirurgia ce l’avevo nel sangue. Ed è stata una scelta felice: è difficile trovare un lavoro che dia così tante soddisfazioni come curare le persone. Poi, nel caso della chirurgia, c’è un riscontro immediato. Lo consiglio a tutti, ma certo ci vuole passione. Non è un business, perché un medico bravo non guadagna ai livelli di un calciatore. Ricordo che mio padre diceva che il giorno più bello è stato quando gli hanno comunicato che era stato assunto all’Istituto dei tumori come assistente volontario: cioè per lavorare, ma gratis.

Poste Italiane Dic 25

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