L’Italia può giocare la partita del quantum? Quali sono i colli di bottiglia? C’è un rischio di dipendenza tecnologica? Con Tommaso Calarco, professore e fisico internazionale, rispondiamo a queste (e tante altre) domande.
La meccanica quantistica è “assurda”, quasi “priva di senso”, e “va completamente al di là della nostra capacità umana di concepire”. Ed è forse proprio questo a renderla così affascinante agli occhi di Tommaso Calarco. Il fisico – tra i massimi esperti di tecnologie quantistiche e professore ordinario al dipartimento di Fisica e Astronomia ‘Augusto Righi’ dell’Università di Bologna – ne parla come di “una fonte inesauribile di fascino e creatività scientifica”.
Ma prima ancora che una sfida tecnologica, resta soprattutto una sfida culturale, industriale e geopolitica. E l’Italia, avverte, rischia di restare indietro se non riuscirà a costruire una strategia coordinata tra ricerca, industria e istituzioni. In questa intervista, Calarco analizza gli investimenti necessari per restare competitivi, il rischio di dipendenza tecnologica da Stati Uniti e Cina e la necessità di creare aziende capaci di trasformare l’eccellenza scientifica italiana in competitività. Partendo da un presupposto preciso: il tempo stringe, ma la partita è ancora aperta.
Negli ultimi mesi si è parlato del rischio che l’Italia ‘inciampi prima di partire’ sul quantum. Qual è oggi il vero collo di bottiglia: i fondi, la governance o la cultura industriale?
È una combinazione di tutti questi fattori. Serve una governance unitaria e integrata a livello nazionale: diversi ministeri hanno partecipato alla strategia nazionale, ma ora occorre una gestione coordinata. Servono investimenti iniziali visibili e strutturati, così come un impegno più forte dell’industria. Nessuno di questi elementi può funzionare da solo. Non avrebbe senso avere governance senza fondi, né fondi senza una visione sistemica che coinvolga scienza e industria. La sfida è creare un circolo virtuoso tra tutti questi attori.
Lei ha indicato la soglia di un miliardo in cinque anni come investimento minimo per restare competitivi. È una cifra realistica per l’Italia o ormai insufficiente rispetto alla velocità di Stati Uniti e Cina?
Si lo è, perché non partiamo da zero: esiste già un terreno estremamente fertile, con competenze scientifiche di altissimo livello e una notevole vitalità imprenditoriale. Nel campo delle comunicazioni quantistiche, ad esempio, alcune aziende italiane sono oggi tra i principali fornitori europei di tecnologie quantum. Questo dimostra che il nostro Paese ha già costruito un ecosistema competitivo. Quell’investimento servirebbe soprattutto a moltiplicare l’efficacia di ciò che esiste già, accelerando ricerca, trasferimento tecnologico e sviluppo industriale.
Il rischio è ripetere quanto accaduto con cloud e AI, cioè dipendere completamente da piattaforme straniere?
Sì, ma si materializzerà solo se non agiamo adesso. Esiste ancora una finestra di opportunità, sia per l’Italia sia per l’Europa, ma è limitata nel tempo. Se ci muoviamo nei prossimi anni possiamo ancora evitare una dipendenza strutturale, se invece aspettiamo troppo, recuperare il divario diventerà molto difficile. Oggi c’è un forte senso di urgenza che negli ultimi anni è cresciuto enormemente.
Oggi l’Italia ha eccellenze scientifiche ma poche aziende quantum-native. Cosa manca per trasformare la ricerca in industria?
Servono certamente più startup quantum-native, ma il vero problema non è la nascita delle startup: è lo scale-up. In Italia esistono già realtà interessanti nella computazione, nelle comunicazioni e nella sensoristica quantistica, ma la difficoltà è trasformarle in aziende in grado di crescere, attirare investimenti importanti e competere su scala globale. Questa è la vera sfida, non solo italiana ma europea.
Lei usa spesso il termine ‘sovranità tecnologica’. Nel quantum cosa significa concretamente?
Avere la possibilità di scegliere. Non si parla di autarchia o di chiusura verso fornitori esterni, ma della capacità di non dipendere totalmente da tecnologie sviluppate altrove. La sovranità tecnologica riguarda l’intera filiera: hardware, software, proprietà intellettuale, capacità industriale e investimenti. In un contesto geopolitico sempre più instabile, una dipendenza totale può diventare uno strumento di pressione o di controllo e avere alternative europee significa garantire autonomia strategica.
Stiamo formando abbastanza fisici, ingegneri e imprenditori per il quantum? Qual è la figura professionale che oggi manca di più?
Il quantum richiede figure multidisciplinari, perché non esiste una singola professionalità capace di coprire tutte le competenze necessarie. Per l’hardware servono fisici e ingegneri; per il software informatici, matematici e specialisti capaci di lavorare sui casi d’uso applicativi. È proprio per questo che stanno nascendo percorsi di quantum engineering e iniziative come la Quantum Academy europea, che cercano di integrare queste competenze. La formazione sta crescendo, ma siamo ancora in una fase iniziale.
Quale sarà il primo settore a vedere un impatto economico reale: farmaceutica, finanza, energia o difesa?
Se guardiamo alle tecnologie quantistiche nel loro complesso, sicuramente quello della sicurezza e delle comunicazioni. Nella sensoristica, invece, vedremo applicazioni importanti sia in ambito medico sia nella navigazione e nei sistemi satellitari, con evidenti implicazioni dual use e quindi anche per la Difesa. Per quanto riguarda il quantum computing vero e proprio, gli impatti industriali arriveranno più avanti e interesseranno soprattutto la chimica e la scienza dei materiali. La simulazione quantistica permetterà di sviluppare nuovi materiali, composti chimici, fertilizzanti, farmaci e batterie più avanzate.
C’è anche l’arte. Com’è nata la collaborazione per ‘Liminals’, la nuova opera realizzata con l’artista francese Pierre Huyghe e commissionata dalla Las Art Foundation?
Abbiamo fatto una serie di brainstorming su possibili applicazioni delle tecnologie quantistiche in un contesto artistico e da lì è emersa l’idea di utilizzare il computer quantistico come uno strumento musicale, utilizzandolo nella creazione della colonna sonora dell’opera. È stato un processo estremamente stimolante, sia dal punto di vista tecnico sia concettuale, perché toccava temi centrali del rapporto tra umano, macchina e tecnologia.
Se lei potesse cambiare una sola cosa, quale sarebbe?
La capacità di agire in maniera realmente coordinata, una sfida che è italiana ma anche europea. Serve una forte sinergia tra i ministeri coinvolti, la Presidenza del Consiglio, il mondo scientifico e quello industriale. La strategia nazionale è stata formulata, ma ora deve essere implementata con una governance concreta e operativa. Questo è il passaggio decisivo, insieme naturalmente alle risorse economiche necessarie.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di giugno 2026 (numero 5, anno 9)
