Fascicolo sanitario elettronico: ecco dove non decolla

fascicolo sanitario elettronico

Bella l’innovazione digitale. Ma, come al solito, l’Italia la ‘abbraccia’ a macchia di leopardo. Nel caso del fascicolo sanitario elettronico solo una parte dei documenti è disponibile ovunque: fino a ieri erano 4 su 16, che in serata sono diventati 6. 
E soltanto il 42% dei cittadini ha fornito il consenso. Ma, soprattutto, questo dato oscilla dal 92% dell’Emilia-Romagna all’1% di Abruzzo, 
Calabria e Campania.

A dircelo è la Fondazione Gimbe, che in occasione del 9° Forum Mediterraneo in Sanità, ha mappato la diffusione e l’utilizzo del fascicolo sanitario elettronico nelle Regioni della Penisola. Si tratta di uno strumento che “dovrebbe essere la chiave per migliorare accessibilità, continuità delle cure e integrazione dei servizi sanitari e socio-sanitari. Ma che oggi, per milioni di cittadini, resta ben lontano dalla piena operatività”, sintetizza il presidente Nino Cartabellotta.

A preoccupare gli esperti della Gondazione è, insomma, il solito divario – questa volta digitale – tra le Regioni, che “rischia di trasformarsi in una nuova forma di esclusione sanitaria”, avverte Cartabellotta. Ma vediamo meglio qualche dato.

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Fascicolo sanitario elettronico: cosa c’è dentro

Soltanto 6 documenti sui 16 monitorati sul portale pubblico risultano effettivamente disponibili in tutte le Regioni (fra questi: lettera di dimissione ospedaliera, referti di laboratorio e di radiologia e verbale di pronto soccorso). “Un cittadino siciliano e uno veneto non hanno le stesse possibilità di accesso alla propria documentazione clinica. E questo non è accettabile”, scandisce il presidente Gimbe.

Alcuni documenti fondamentali – come il profilo sanitario sintetico, le prescrizioni specialistiche e farmaceutiche, il referto specialistico ambulatoriale – sono disponibili in oltre l’80% delle Regioni.

Il certificato vaccinale e il documento di erogazione delle prestazioni specialistiche sono presenti in 15 Regioni e Province Autonome (71%), mentre il documento di erogazione dei farmaci e la scheda della singola vaccinazione compaiono in 14 Regioni (67%). Il referto di anatomia patologica e il taccuino personale dell’assistito sono accessibili in 13 Regioni (62%). Soltanto 6 Regioni rendono disponibile la lettera di invito per screening, vaccinazioni e altri percorsi di prevenzione, mentre la cartella clinica è resa disponibile solo dal Veneto.

Nessuna Regione alimenta il fascicolo sanitario elettronico con tutti i documenti previsti: si va dal 93% del Piemonte e del Veneto al 40% di Abruzzo e Calabria.

Capitolo servizi

Servizi. Il fascicolo sanitario elettronico offre fino a 45 servizi digitali: dal pagamento di ticket e prestazioni alla prenotazione di visite ed esami, dalla scelta del medico di medicina generale alla consultazione delle liste d’attesa. Solo la Toscana (56%) e il Lazio (51%) superano la soglia del 50% dei servizi attivati. In Calabria, per dire, la disponibilità si ferma al 7%.

Il consenso (che a volte non c’è)

Al 31 marzo 2025 (per il Friuli Venezia Giulia i dati sono aggiornati al 31 dicembre 2024), a livello nazionale solo il 42% dei cittadini ha espresso il consenso alla consultazione dei propri dati sanitari da parte dei medici: si passa dall’1% in Abruzzo, Calabria e Campania al 92% in Emilia-Romagna. Tra le Regioni del Sud, solo la Puglia (73%) supera la media nazionale. “Fornire il consenso è il primo passo per accedere ai benefici del fascicolo sanitario elettronico, ma serve un grande sforzo informativo e culturale per rafforzare la fiducia dei cittadini, superando i timori legati alla protezione dei dati personali”, nota Cartabellotta.

Insomma, se il alcune Regioni ormai il fascicolo è uno strumento pienamente operativo, “in altre, soprattutto nel Mezzogiorno, è spesso un contenitore semivuoto e scarsamente utilizzato anche per l’elevata diffidenza sulla sicurezza dei dati da parte della popolazione. Ma la sanità digitale non può essere un’innovazione per pochi: servono investimenti e una governance centralizzata per garantire diritti a tutte le persone indipendentemente dal luogo in cui vivono”, conclude Cartabellotta. Quando parliamo di salute, questa diventa una sfida ancora più importante. Perchè, per dirla con le parole del ministro della Salute Orazio Schillaci, “non è solo un problema tecnico, ma è una questione di equità nell’accesso alle cure”.

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