Non solo turni massacranti, orari folli, rischio aggressioni e burnout. La carenza di infermieri in Italia ha anche una ragione economica. Basti pensare che in 35 anni sono andati in fumo fino a 16mila euro l’anno nelle buste paga di questi professionisti.
A dircelo è un focus del Centro studi Nursind che dimostra l’entità di tagli subiti negli ultimi tre decenni. Così non stupisce troppo che il nostro Paese, secondo una recente indagine Gimbe, perda infermieri a un ritmo di 10mila professionisti l’anno.
Se il lavoro paga sempre meno
Le cifre in ballo sono considerevoli: fino a 10mila euro in meno per un infermiere neo assunto e a quasi 16mila euro per uno con 40 anni di servizio.
Per gli autori del focus, il segretario nazionale del Nursind, Andrea Bottega, e Girolamo Zanella, consulente economico del Centro studi Nursind, non ci sono dubbi. Gli stipendi “sono inaccettabilmente magri per colpa della pesante erosione che subiscono da 35 anni a questa parte. Non ci si può meravigliare – ragionano – se stiamo pagando il conto in termini di carenza di personale. Ma non possiamo neppure rimanere a guardare di fronte all’impoverimento crescente del nostro Ssn”.
Se merito e competenze contano sempre meno
Dai calcoli del Centro studi Nursind rispetto al valore assoluto attualizzato alle stime di rivalutazione Istat 2024, nel passaggio dal sistema dei livelli a quello delle categorie (con le fasce di progressione interna) prima e delle aree dopo, la differenza stipendiale tra il livello più alto e quello più basso è passata dal 70% (31.12.1990) a circa il 40% tra la Categoria Ds e la categoria A (periodo 1998 – 2018), fino ad arrivare a circa il 26% di gap tra l’Area dei professionisti della salute e dei funzionari e l’Area del personale di supporto (1.1.2023).
In sostanza, considerando un ex livello 6 neoassunto, “tra il 1990 e oggi un infermiere ha perso 1.135 euro come stipendio base e 1.320 alla luce delle altre voci del trattamento fondamentale, per un totale di quasi 2.500 euro. Cifre che aumentano se prendiamo in considerazione, ad esempio, un infermiere con 40 anni di anzianità. In questo caso, a parità di stipendio base, la perdita equivale a più di 8.500 euro”, spiega Zanella.
Ma che cosa è accaduto? I due autori puntano il dito contro precise scelte normative insieme agli effetti deleteri una “determinata cultura sindacale predominante. Da qui – incalza Bottega – sono discese le principali modifiche nei sistemi d’inquadramento che si sono avvicendati dal ’90 in poi e che hanno causato una distribuzione a pioggia delle risorse, senza spazio per il merito, oltre che un grave appiattimento verso il basso, con una penalizzazione dei profili più alti e qualificati rispetto ai profili base”.
Così, anno dopo anno, le riforme che si sono succedute hanno inciso sui diversi istituti stipendiali integrativi. Con “un risultato penalizzante per gli infermieri”, evidenzia il leader Nursind.
Tra queste voci, il plus orario che negli anni è stato sostituto con il Fondo per la produttività. “Un passaggio per nulla indolore per le tasche dei professionisti: nel caso di un infermiere neoassunto la perdita economica per un’ora di lavoro aggiuntivo a settimana supera i 1.500 euro annui, per due ore aggiuntive settimanali i 5mila euro. Nel caso invece di un infermiere con 40 anni di servizio queste cifre diventano rispettivamente oltre 2.150 e oltre 6.200 euro annui di perdita”, calcola Bottega.
Fermare la grande fuga degli infermieri
E allora? “È necessario agire e occorre farlo in fretta per poter arrestare la fuga di infermieri” verso la pensione o altre professioni “e riaccendere l’interesse dei giovani per il nostro lavoro. È evidente che un simile trend si può invertire ad esempio con il sistema degli incarichi che viene mutuato dal Ccnl della dirigenza e, quindi, facendo decollare l’area dell’elevata qualificazione, che è ancora purtroppo solo sulla carta”, suggerisce il numero uno del Nursind.
Bottega è davvero convinto che questo “sarebbe il giusto strumento per dare un riconoscimento al personale con livelli più alti di formazione, in termini sia di carriera che economici”.
Forse vale la pena ricordare che, in un’Italia che invecchia, quella degli infermieri resta una professione fondamentale. Mentre l’autunno si avvicina e la stagione dei contratti si appresta a ripartire, siamo certi che sentiremo ancora parlare di questo tema.

